<div style='position:absolute;margin-left:492px;margin-top:264px;width:364px; height:608px;z-index:256'><OBJECT classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,0,0" WIDTH=492 HEIGHT=440> <PARAM NAME=movie VALUE="download/flash.swf"> <PARAM NAME=menu VALUE=false> <PARAM NAME=quality VALUE=high> <PARAM NAME=wmode VALUE=opaque> <PARAM NAME=scale VALUE=noscale> <EMBED src=flash.swf menu=false quality=high wmode=opaque scale=noscale WIDTH=492 HEIGHT=440 TYPE="application/x-shockwave-flash" PLUGINSPAGE="http://www.macromedia.com/shockwave/download/index.cgi?P1_Prod_Version=ShockwaveFlash"> </EMBED> </OBJECT> </div> home_page

ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO IL GIBBO
C/O SANTA MARIA DEI SERVI
CORSO GARIBALDI - GUBBIO



<tr> <td width="70%" bgcolor="#00FFFF"> <a href="http://www.ilgibbo.it/download/sociale.pdf" target="_blank"> <img src="download/sociale.JPG" width="700" height="890" alt="" title="" border="0" align="center" /></a> </td> <td width="30%" bgcolor="#00FFFF"> <font size="5">Clicca il manifesto per aprirlo in <u>pdf</u></font></td> </td> </tr> <td width="50%" bgcolor="#00FF80" ><div style="margin-left:12.0pt;margin-right:2.0pt;">Carissimi amici del Gibbo, vi comunichiamo che<br /> <font size="5">Dom Mario Zanotti</font>, monaco di Fonte Avellana,<br /> terrà 5 incontri (5 venerdì di Quaresima) a Gubbio<br /> presso la sede dell'AC in via Ubaldini 22.<br /><br /> Il primo appuntamento è per venerdì 11 marzo 2011 alle ore 21.00.<br /><br /> A seguire venerdì 18 e 25 marzo, e 1 e 8 aprile.<br /><br /> Speriamo di incontrarvi numerosi.<br /><br /> <font color="#000000">Rina e Giuseppe</font><br /><br /> </font></div></div></font></font></font></b> </td>
Gubbio - Sabato 16 febbraio Lectio Divina ore 15,30 chiesa S. Maria dei Servi.


Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
 


Clicca Q U I per leggere la traccia della riflessione sulle scritture di Domenica 17 febbraio 2019.

Abat jour”,  è una rubrichetta  a mia firma che esce su “La Voce”, il giornale dei Vescovi Umbri che si presenta come un  “Settimanale di informazione dell’Umbria”.

Cedendo alle diverse pressioni che ho ricevuto da diverse parti, riprendiamo e pubblichiamo questo suo settimanale elzeviro.

Don Angelo Maria Fanucci

 

 

  

25 SUL TETTO

Tiobòno, quant’era difficile. 1974. Dovevamo scavare la fossa dell’ascensore, sul retro del convento di S. Girolamo. Ascensore: un montalettighe, lungo da qui a lì. Quant’era difficile. L’ascensore ce l’aveva regalato Elena Borletti, impegnandoci al silenzio, ma a farlo arrivare dove dovevamo pensarci noi: l’allitterazione non voluta conferma quanto fosse difficile il bisinisse.

Scavi tu, e si spezza la punta del motopicco. Scavo io, idem cum patate. Scava lui, idem con patate al forno. Il fatto era che quella che dovevamo tirare fuori era una marna umidiccia. Una marna che, a contatto con l’aria, in pochi minuti si sfarinava, ma, finché rimaneva dove un qualche diavolo maligno l’aveva collocata nella notte dei tempi, si manteneva durissima, e le punte del motopicco si spezzavano una dopo l’altra, come stuzzicandenti. Il motopicco: un arnese di 60 kg che spara in continuazione colpi duri e puntuti contro il materiale da portare alla luce e contro il disgraziato che lo tiene in mano. Turni di 10 minuti, non di più. Anche il mio.

Ma un giorno arrivò Elio Cecchetti (Elio de Barognola), berretto sulle 23 tutto gualcito, occhiali pieni di polvere. L’avevo chiamato io: Elio era proprietario di una cava di breccino e sapeva da sempre come trattare la montagna.

Venne, vide, ordinò: trovatemi 25 vecchi materassi. In quegli anni facevamo la raccolta della carta, e reperire quanto Elio ci aveva chiesto non fu difficile.

Il giorno stabilito Elio venne col suo fido braccio destro, “il Vignale”, secco come un chiodo, silenzioso come una tomba.

Praticarono nella marna molti fori di un cm di diametro e li riempirono di polvere che sembrava zucchero ma non lo era; poi ci fecero uscire tutti, a piedi o in carrozzina, sul piazzale antistante l’ex convento. Stesero una lunga miccia.

Silenzio, poi un botto terrificante, sembrava che il convento tutto insieme si staccasse e decollasse verso il basso, verso Gubbio. Ci ritrovammo abbracciati. Come orfanelli. Pallidi.

Poi Elio dette inizio ai festeggiamenti, proporzionali all’angoscia che avevamo sofferto, Il buco era quello che doveva essere. I 25 materassi 25 erano finiti sopra il tetto. Qualcuno (eravamo in piena estate) propose di approfittarne, andandoci a dormire, sul tetto diventato disponibile al nostro meritato riposo.

   17 febbraio 2019

Don Angelo Fanucci






Clicca Q U I per leggere il BLOG de IL GIBBO

 

 


La Lectio, a far tempo dal 17 settembre 2016, si terrà dalle ore 15,30


alle ore 16,30
, sempre a Santa Maria dei Servi.
 

LA PRESA DI POSIZIONE DI DON ENZO BIANCHI SU DON MILANI E LA REAZIONE GIUSTA

BIANCHI VS MILANI

 

19 maggio 2017. Al Salone del Libro di Torino parla su don Milani Enzo Bianchi, vetusto monaco pieno di spirito e di peli. Grande conoscitore delle Scritture, ha fondato la Comunità di Bose, e lì dentro lui e i suoi monaci hanno macinato la Bibbia e  i Padri della Chiesa fino a rendere le une e gli altri comprensibili a tutti.

Ma su don Milani Enzo Bianchi ha le sue riserve: Tre cose. Anzi quattro.

Sì, don Milani “appare” (! Ma lo è anche?) certamente un grande cristiano, un cristiano per il quale davvero Gesù Cristo ha un valore decisivo, fondamentale; la sua vita è legata a Gesù Cristo, e i riferimenti sono essenzialmente a Gesù Cristo, quel Gesù Cristo che ha ricevuto dalla Chiesa dei suoi tempi. Questa è la sua forza e dirò perché è anche il suo limite. Lo dirà più avanti: la grandezza di don Milani non era accoglibile in quel mondo spirituale cattolico che veniva fuori dal Concilio. Per don Milani il Concilio è una cosa estranea, è una dimensione che non lo tocca. E cita le esitazioni che, in proposito, avanzarono sia Dossetti che il Card. Martini.

Seconda cosa: (…) ma in tutte le diocesi, anche le più piccole, in quegli anni ci son stati preti come don Milani, confinati in piccoli paesi di 70 abitanti a fare il parroco (…);erano attenti, vivaci e intellettualmente più espressivi(…), e allora dagli sotto, con una forma di persecuzione senza che ci fossero delle censure manifeste. 

La terza che don Milani non è toccato nemmeno dalla parola di Dio; per lui la parola è soprattutto lo strumento umano con cui uno trova la libertà, la soggettività, attua quella che nel ’68 sarà chiamata la “prise de parole” e lui voleva dare questa parola ai poveri e ai semplici. Ma certo non c’è in lui una teologia della Parola di Dio: anche quando qualche volta la scrive con la maiuscola, non c’è dentro una concezione della Parola di Dio. 

Quarta “cosa”: quella che totalmente mancava in lui era la comunità cristiana. Per lui c’era la povertà più esistenziale verso la quale lui con grande carità cristiana si piegava, se ne prendeva cura e attraverso la sua forma didattica cercava di dare davvero libertà, di dare speranza. Assente la Comunità cristiana

Ho letto, e ho avuto due tipi di reazione. Una sacrilega, subito rimossa (“La madre dei cretini è sempre incinta”), l’altra … classica: Aliquando dormītat et bonus Homerus. Omero che sonnecchia. Ma sapeste quel che ha detto Sergio Tanzarella!

  

‘J HA DATO NT’ I DENTI

 

 All’attacco sferrato da Enzo Bianchi contro don Milani ha risposto Sergio Tanzarella, docente universitario, uno dei curatori dell’Opera Omnia.

A Gubbio diciamo: ‘J ha dato nt’ i denti. Perché non ha capito nulla di don Milani.

A parte la scorretta interpretazione del pensiero del Card. Matrtini, come si fa a dire che Milani non è toccato dalla parola di Dio?! Forse, a peso, sono poche le citazioni bibliche nei suoi scirtti, ma lui era convinto (10 novembre 1959) che quelli che si dànno pensiero di immettere nei loro discorsi a ogni piè sospinto le verità della fede sono anime che reggono la Fede disperatamente attaccata alla mente con la volontà … perché sono interiormente rosi dal terrore che non sia poi proprio tutto vero ciò che insegnano.[…]. Ma l’esegesi e i commenti biblici l’hanno sempre interessato e il suo Catechismo ha una netta impostazione storico biblica.

Come si fa a dire che per Milani il Concilio era una cosa estranea?! Milani con le  sue scelte ha anticipato il Concilio. E si è preoccupato soprattutto del dopo Concilio: Il Papa ha chiamato i Vescovi a dialogo, perché il Vescovo chiamasse a dialogo i parroci, il parroco i parrocchiani lontani e vicini. Se manca un solo anello di questa catena il messaggio di Giovanni XXIII e il Concilio non raggiungono il loro scopo. A Firenze un anello manca certamente: il dialogo tra il Vescovo e i parroci. Non l’ha detto sottovoce, no, l’ha scritto in una lettera al vescovo ausiliare di Firenze, Ermenegildo Florit (ottobre 1964).

Come si fa a dire che a don Milani mancava la comunità ecclesiale?!. E le parrocchie di san Donato a Calenzano e di Sant’Andrea di Barbiana cosa erano, associazioni di buontemponi? La comunità per lui era la Chiesa nella sua concretezza di volti, di vite, di nomi. Poche decine di persone da amare realmente contro quell’amore universale bello e innocuo che fonda ancora tante spiritualità … Come si fa a dire che la sua non fu un’esperienza eccezionale, perché molti furono i preti emarginati come lui in parrocchie moribonde? Innanzitutto quei preti non furono molti,. Ma -quel che conta- nessuno reagì come lui.

‘J ha dato nt’ i denti. Bianchi non ha capito che la salita verso Barbiana, che anche lui inutilmente percorse a suo tempo, non portava e non porta  né al successo, né al denaro, né al potere editoriale. Portava e porta solo al Dio di Gesù, il Dio dei piccoli.
3 settembre 2017


 

Il Gibbo

LA FONTANA DEL VILLAGGIO 11

 

LA PROPOSTA DI CRISTO

ALLA LIBERTA’ DELL’UOMO

“Se vuoiSubordinata alla libertà dell’uomo. Gesù di Nazareth avanza all’uomo una proposta formidabile, investe tutta la vita e alla vita tutto il valore che la vita merita.

 

TALPE, ARRIVA LA LUCE!  

Il pensiero di Gesù muove dall’’esperienza che tutti facciamo: l’esperienza dell’impotenza più totale di fronte alle grandi domande che la vita cii pone.

La prima di queste domande è anche la più importante: Ma la vita … che cos’è? Alcuni dicono che è un giocattolo, altri dicono che è una tragedia.

Talpe, povere talpe! A  un palmo dal naso, non vediamo più nulla!

Senza di me non potete far nulla, così disse Lui. Nulla. E tanto meno potete dare risposta al grande interogativo che vi angoscia. E ancora: Io sono la luce del mondo. Come dire: Talpe fatevi coraggio, ché, se volete, con me avete luce in abbondanza per risolvere anche questo problema vitale!!”

 

PIÙ O MENO, 3800 ANNI FA

Più o meno. Era una specie di capotribù, viveva verso il 1800 a. C. nella “Regione dei tre fiumi” (la Mesopotamia). Si chiamava Abramo. Con il suo robusto clan coltivava campi rigogliosi e allòevava armenti robusti. E pensava di invecchiare così, governando con saggezza il suo clan, e raccogliendo frumento e accompagnando buoi e pecore fino al loro naturale traguardo, quando sarbbero stati macellati per fornire a lui e ai suoi cibo e vestiti.

Ma un giornio…:  Lascia la tua terra, e mettiti in cammino!”. La voce veniva dall’alto. E meritava ascolto,

 

UN CAMMINO CHE DURA TUTT’ORA

Abramo di mise in cammino: Ce ne voleva, del coraggio, per abbandonare la propria terra e dirigersi … verso dove? Lo sa Lui, e tanto basta. Lui che mi ha ordinate di uscire dal mio guscio, ma mi ha anche promesso che sarei diventato capostipite di un popolo numeroso come le stelle del cielo e come i granelli di sabbia sulla riva del mare. Come dire”il popolo degli uomini” di tutti gli uomini che hanno camminato camminano e cammineranno sulla crosta terrestre

Un cammino che dura tutt’ora. Un cammino fatto di tanti passi, ad ognuno di quali la luce cresce, e cresce, e cresce ancora. Come il sole che alla prima alba riesce a diffondere appena un mite chiarore, ma poi sale verso il centro del cielo, e la luce trionfa.

È il cammmino di quella RIVELAZIONE progressiva, che in Gesù ha la sua pienezza.

Vuol dire che il problema della vita si risolve non arroventando I nostril circuiti cerebrali alla ricercadi un perché che da soli non potremmo mai raggiungere,  ma abbandonadosi con fiducia a Luo che di se stesso ha deerto: Io sono la via, la verità e la vita.






Per gli aderenti all’associazione   il Gibbo

Gubbio, 20 febbraio 2015

 

Carissimi

nella vita della Chiesa è successo qualcosa di veramente straordinario: forse non ce ne siamo accorti, perché Papa Francesco è fatto così: per lui vivere da cristiani vuol dire davvero in novitate vitae ambulare, camminare in una costante novità di vita, lanciare provocazioni inedite, senza per questo finire tra i cultori acritici di ogni novità; Papa Francesco non è un ragazzotto dei nostri, di quelli che credono che “buono” e “nuovo” si equivalgano, al punto che, quando (raramente!) decidono di attivarsi, non dicono “facciamo qualcosa di buono”, ma “facciamo qualcosa di nuovo”, e poi non fanno niente. E chi l’ha detto che il nuovo è sempre e comunque positivo, mentre il vecchio è sempre e comunque negativo?

Papa Francesco è attento a tutto quello che accade oggi ed è accaduto ieri nella Chiesa e paraggi, e a tutto quello che si dice oggi e a tutto quello che si diceva ieri nella Chiesa e paraggi. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium dimostra che lui tiene presente tutto: avrete notato che, in calce alle mie lettere settimanali, ho pubblicato in progress per 40 volte (e ancora non ho finito) brani di quel documento, ebbene, nell’Evangelii gaudium ci sono ben 216 citazioni che dimostrano come quest’uomo tenga presente lo sterminato panorama del pensiero ecclesiastico, citando Giovanni Paolo II come Paolo VI, S. Tommaso d’Aquino come i Vescovi della Filippine, i Vescovi del Congo come Platone, Romano Guardini, Papa Giovanni.

Tra le “novità” che in realtà tali non sono, ma sono antiche modalità di essere chiesa che meritano di venire recuperate, c’è la consultazione del popolo di Dio sui vari problemi emergenti nella vita della Chiesa.

Uno di questi problemi da sempre il Papa l’ha percepito come un dramma: la situazione della famiglia nel mondo moderno; e ha deciso di affrontarlo, questo dramma, con un metodologia nuova: ha incaricato un cardinale di sua fiducia, un teologo eccellente, il card. Kasper, di redigere un documento da sottoporre ai Vescovi, pregandolo di non glissare nemmeno sui temi più scottanti, come quello dei divorziati risposati che vogliono sentirsi dentro la Chiesa, o come quello dell’omosessualità.

E Kasper gli ha dato retta, redigendo una Relatio ad Synodum che ha fatto scalpore.

Un gruppetto di cardinali e un gruppo di vescovi hanno reagito recuperando niente di meno che il Card. Ciappi, un domenicano che ho conosciuto anche io, e che fu il teologo di fiducia di Pio XII, di Papa Giovanni, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II (nel primo periodo del suo pontificato), che avrebbe (abusivamente) profetato: Il Terzo Segreto (di Fatima) dice che la grande apostasia nella Chiesa inizierà dal suo vertice. È la conferma ufficiale del segreto rivelato dalla Madonna a La Salette nel 1846. E ancora: La Chiesa subirà una terribile crisi. Essa sarà eclissata. Roma (il Vaticano) perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo.

Papa Francesco ha perso la pazienza e ha giubilato i capi dell’opposizione, a cominciare dal card. Raymond Leo Burke, che aveva alzato la voce in pubblico contro di lui. Burke era al vertice della Segnatura Apostolica (la Corte di Cassazione della Chiesa), Francesco l’ha nominato … assistente spirituale dell’Ordine dei Cavalieri di malta, quello di Madre Dorotea..

Ma al tempo stesso ha ordinato una consultazione generale, di tutto il Popolo di Dio, sulla Relatio di Kasper. NE PARLEREMO ANCHE NOI, NEI PROSSIMI LUNEDÌ, dalle 20,45 alle 22, nella Residenza Pierfrancesco della Comunità di Capodarco, in via Elba 47.

Qui trovate il materiale per elaborare quelle risposte e, prima ancora, la parte centrale della Relatio ad Synodum del card. Kasper.                                                           

 A presto.
Don Angelo

Clicca QUI per leggere o scaricare la Relatio ad Synodum di W. Kasper, febbraio 2014.









      DOMENICA 30 NOVEMBRE NON SI VA PIU' A       FONTE AVELLANA.

      L'appuntamento è stato rinviato.

      Ci scusiamo per la non tempestività della presente       comunicazione


 

 


 

 



Sabato 26 ottobre alle 17 s'inaugura

il portone restaurato di S. Maria.



La lettera di Papa Francesco  a Scalfari

 

Pregiatissimo Dottor Scalfari,

 

 è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.

La ringrazio, innanzi tutto, per l'attenzione con cui ha voluto leggere l'Enciclica Lumen fidei. Essa, infatti, nell'intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l'ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l'ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce "un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth".

Mi pare dunque sia senz'altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù. Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo.

Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio. La prima circostanza - come si richiama nelle pagine iniziali dell'Enciclica - deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell'uomo sin dall'inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d'ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d'impronta illuminista, dall'altra, si è giunti all'incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.

La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne è invece un'espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un'affermazione a mio avviso molto importante dell'Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell'amore - vi si sottolinea - "risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti" (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall'incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l'accesso all'intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa - mi creda - non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umanità.

Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell'editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso - o se non altro mi è più congeniale - andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall'Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all'esperienza storica di Gesù di Nazareth.

Osservo soltanto, per cominciare, che un'analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell'Enciclica, di fermare l'attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell'Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazareth giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.

Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo "scandalo" che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria "autorità": una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è "exousia", che alla lettera rimanda a ciò che "proviene dall'essere" che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire - egli stesso lo dice - dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa "autorità" perché egli la spenda a favore degli uomini.

Così Gesù predica "come uno che ha autorità", guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che, nell'Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: "Chi è costui che...?", e che riguarda l'identità di Gesù, nasce dalla constatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un'autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l'incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

Ed è proprio allora - come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco - che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l'ha rifiutato, ma per attestare che l'amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell'amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell'incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva "caro cardo salutis", la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l'incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell'amore e nella fedeltà all'Abbà, testimonia l'incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell'Enciclica.

Sempre nell'editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l'originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull'incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.

L'originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell'amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell'unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l'esclusione.

Certo, da ciò consegue anche - e non è una piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel "dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare", affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell'Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l'amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all'uomo, a tutto l'uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo - mi creda - un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l'aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch'io, nell'amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l'apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all'alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell'alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

Vengo così alle tre domande che mi pone nell'articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l'atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: "Io sono la via, la verità, la vita"? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt'uno con l'amore, richiede l'umiltà e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all'inizio di questo mio dire.

Nell'ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell'uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell'uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio - questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! - non è un'idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell'uomo. Dio è realtà con la "R" maiuscola. Gesù ce lo rivela - e vive il rapporto con Lui - come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell'uomo sulla terra - e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno - , l'uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l'universo creato con lui. La Scrittura parla di "cieli nuovi e terra nuova" e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà "tutto in tutti". Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi.

 Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all'invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall'Abbà "a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore" (Lc 4, 18-19).

Con fraterna vicinanza

Francesco



TRE GIORNI PER RICARBURARCI

 

 

Mercoledì, 21 agosto p.v. , don Angelo compie 75 anni e festeggia la ricorrenza Innanzitutto  con un Messa di Ringraziamento, la mattina alle 9, preso la Casa di Riposo.

Alle 21, 15 presso il Refettorio della Biblioteca Sperelliana  introduce la presentazione  che del suo  libro “ SMARRITA L’ANIMA? Guide per una politica della verticalità” farà l’autore , il Prof. Paolo Perticari, ottimo pedagogista   dell’Università di Bergamo, e modera il dibattito. Trattasi del contributo de Il gibbo  al Festival GUBBIO NO BORDERS. Al termine dell’incontro i presenti  verranno inviati ad accomodarsi per un drink al bar del vicino  Centro per gli Anziani.

 

Giovedì 22 agosto, che è il compleanno di Franchino (49 anni!) a Colfiorito di Col di Molino , verso le 19 festeggeremo sia il suo compleanno,che quello di don Angelo e quello di Lucio Angeletti  (Lucietto Fadanno), che è nato anche lui il 21 agosto (le disgrazie non vengono mai sole!).

Tutti i soci de Il gibbo sono invitati a portare un qualcosa da mangiare, perché la Comunità preparerà, sì, porchetta ad altro ancora, ma verranno anche i ragazzi dell’Associazione INSIEME, che subito prima avranno inaugurato la Sala Prove Musicale, aperta a tutti i numerosi gruppi musicali giovanili, iniziativa che l’associazione Insieme ha realizzato all’interno del polo associativo che l’Amministrazione Comunale, prima di “defungere”, ha collocato nella ex sede della Biblioteca Sperelliana, in Via Cairoli.

 

Giovedì 29 agosto, alle  17 (le cinque del pomeriggio), ci vediamo davanti al Monumento, da dove andiamo a visitare (a Semonte) l’IIkuvium, per renderci conto del restauro del portone della nostra Chiesa: come procede, a che punto è; subito dopo andremo di nuovo a Colfiorito di Col di Molino per programmare l’attività del prossimo anno sociale, terminando con una sobria cenetta. 

 

 
 


            E’ indispensabile la massima partecipazione.

 

Don Angelo.




Caro gibbappropinquante,

nel racconto della vita del Card. Martini giungiamo oggi ad un punto cruciale del suo pensiero: la pubblicazione nel 2008 del volume Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, uscito in lingua tedesca e  solo dopo sei mesi in lingua italiana, adducendo due motivazioni. La prima: chi doveva leggere era meglio che avesse accesso all'originale tedesco (evidente l'allusione a papa Ratzinger). La seconda: voleva evitare la strumentalizzazione da parte della stampa italiana.  

Ed effettivamente la strumentalizzazione da parte della stampa italiana fu fragorosa. In  questo il Gran Commis del giornalismo italiano è oggi quello sciapone di Telemaco Signorini, con la sue rivistine che costano un euro, e vendono un milione di copie, a ammanniscono storie dei poverissimi VIP di oggi, storie si una banalità assoluta, tali da obbligare l’avventurato lettore a domandarsi con sgomento come possano esistere stomaci talmente corazzati da digerire puttanate del genere.

Ma la bagarre vera la scatenò la destra clericale, con in testa le truppe cammellate di Comunione e liberazione. Comunione e liberazione  è sempre stata contro Martini. Tra i primi, emersero i dissen- si dal cuore della Diocesi di Milano i cinguettii della giovanissima Irene Pivetti, che solo più tardi avrebbe trovato la sua collocazione culturale (accanto a quel mostro di cultura che è Umberto Bossi) e la sua collocazione politica (accanto a quel tronco di grasso parlante che è Roberto Calderoli). Tra gli ultimi fece spicco il proposito di Angelo Scola, che espresse il desiderio di lasciare il Patriarcato di Venezia, dov’era arrivato nel 2002, per salire sulla Cattedra di S. Ambrogio, evento mai verificatosi nella storia; ma era urgente riparare gli errori del Card. Martini e Benedetto XVI lo accontentò, nel 2011; e toccò a lui tenere in duomo l’omelia nella Liturgia di Commiato di Martini, un’omelia calorosa come un ghiacciolo appena tirato fuori dal congelatore.

L’opposizione a Martini si fece feroce quando apparve il suo duro giudizio sulla più famosa delle encicliche del suo amatissimo predecessore (come Arcivescovo a Milano, come Papa a Roma), Paolo VI: la HUMANAE VITAE;  secondo Martini la HUMANAE VITAE era stata UN GRAVE DANNO PER LA CHIESA.

Apriti cielo! Si scatenò l’ottava crociata. Personalmente ebbi modo di ascoltare uno dei militi di questa autentica crociata, quando lo portò a Gubbio l’ineffabile Luigi Girlanda; mi pare si chiamasse Paolo Pagliaro, o qualcosa del genere. Ressi la sua conferenza, al Beniamino Ubaldi, solo 10 minuti. Quando qualificò Martini come “l’antipapa di Gerusalemme”, bofonchiai fra di me l’insulto giusto (“Stronzo!!”), mi alzai e me ne andai.

M’era successo un’altra volta, quando, ancora nel corso di una delle conferenze allestite da Girlanda al Beniamino Ubaldi, Antonio Socci insinuò che solo a Mostar le vittime delle bombe  erano state 10.000, perché il Vescovo di Mostar non aveva mai approvato le apparizioni di Medjugorie; anche quella volta formulai fra i denti lo stesso insulto, mi alzai e me ne andai.

Perché? Perché me ne andai? Datemi fiato, riprenderò l’argomento daccapo.

Intanto vi auguro, per il 15 agosto,  un bel’atto di devozione a Maria Assunta in Cielo e un pranzo sostanzioso, compatibile peraltro con questo sole che continua allegramente a picchiarci.

Gubbio, 13 agosto 2013                                                                                  Can.co Angelo M. Fanucci




Caro gibbappropinquante.

Giorni fa arrivata questa e mail da un confratello che personalmente conosco, stimo ed ammiro:

Caro Don Angelo
mi dispiace veramente ciò che scrivi, che il vangelo sia sottoposto ad esegesi ed analisi filologica continua è giusto ma, mi sembra che TU quando scrivi non scrivi da prete autentico e getti scompiglio nelle persone che leggono le tue lettere. Ma chi ti pensi di essere? Con la tua cultura credi di essere DIO in terra solo per la tua Associazione di persone con handicap? Beh, ve  ne sono anche altri che fanno quello che tu fai ma non parlano o scrivono mettendo in dubbio anche i Vangeli e gettando scompiglio nelle persone. Cristo non ha messo in dubbio la Legge, si è attenuto ad essa e l’ha portata a compimento.
Al posto tuo getterei la tonaca e rifletterei prima di scrivere.
Sei così pieno di presunzione che non risponderai ritenendo giusto solo il tuo pensare.

***

Rispondo? Comincio dalla fine. Sì, sono presuntuoso anche se mi sforzo di non esserlo. Me lo dicono in molti, che sono presuntuoso. Ma non lo sono fino al punto di non rispondere.

La tonaca non la gettai, ma la riposi tanto tempo fa (nel 1963 ?) nell’armadio ove tenevamo gli abiti per le recite di carnevale; non sapevo (non potevo sapere) che un giorno un Papa di nome Francesco, appena eletto, avrebbe rifiutato di indossare la mozzetta rossa sopra la tonaca bianca, un attimo prima di affacciarsi al balcone dell’Aula delle Benedizioni, dicendo sotto voce: “Il Carnevale è finito”.

Il clergyman lo tengo da parte per quando un qualche incontro lo richiede. Se il gioco vale la candela, sono disposto a vestirmi anche da arlecchino. Ma non lo indosso, il clergyman. nei giorni normali, perché (parafrasando  S. Agostino) con voi sono cristiano per voi sono prete. Solo la Presidenza dell’Assembla Liturgica giustifica una veste speciale. Speciale e modesta, dice ancora papa Francesco.

Certo, chi cerca di capire il testo biblico nel contesto culturale in cui è nato, e cerca di smitizzarlo (cioè di liberalo dall’involucro che lo avvolge come la carta da regalo e i nastrini policromi avvolgono i doni di Natale), e cerca di collocare la forma che il linguaggio assume in un dato punto dell’evoluzione del linguaggio umano, in quel luogo e in quel tempo,  rischia di  scandalizzare. Ma chi vuol farci digerire come resoconti giornalistici molti dei racconti evangelici, che in realtà sono lezioni di teologia (alludo in particolare al “racconto” della moltiplicazione dei pani letto il giorno del Corpus Domini), si trova poi a dover fare salti da scimmia platirrina per dare un senso all’ordine di Gesù (Fateli adagiare su di un fianco a 50  per volta! Nel deserto!!) e per scovare quel furbacchione che aveva saputo in anticipo che Gesù avrebbe fatto il miracolo, e s’era portato dietro 12 grandi ceste!.      

Gubbio, 10 giugno 2013                                                                Can.co Angelo M. Fanucci




Caro don Andrea, carissimo don Andrea Gallo,

te ne sei andato all’abbraccio di Dio dall’abbraccio della tua Genova; ed io, come tanti altri che hanno avuto la fortuna di conoscerti di persona, sono molto triste.

Ma dura solo un momento.

 Ricordo le giornate passate molti anni fa nella tua Comunità di S. Benedetto al Porto, la veglia dopo cena, tu sulla grande poltrona cardinalizia, in cuoio, logorata dall’uso, noi seduti a terra, a cerchio, ad ascoltarti, a provocare le tue folgorazioni, a pregare insieme; fino alla 23, quando partivi con il pulmino, in giro per i carrugi della tua Genova, in cerca dei tuo amici.

Lo sapevamo tutti che tu eri dalla parte loro. Sbandati, prostitute, drogati, transessuali, fuori di testa, gente “perduta”.

Nella domenica della SS.ma Trinità ho pregato per te con i miei amici, nella Messa alla Casa di Riposo e a S. Maria al Corso. Ho chiesto a Dio lo stesso tuo amore per la Chiesa, quello che la stessa Chiesa gerarchica ti ha riconosciuto: ricordo il tuo pianto silenzioso e interminabile quando sapesti che il card. Siri, colui che per amore di Dio ti aveva perseguitato, ti aveva tagliato i viveri, t’aveva costretto a sopravvivere consegnando a domicilio i pacchi postali, quel  Padre durissimo che tu non avevi mai rinnegato volle celebrare l’ultima sua  Messa da Vescovo di Genova con te, nella tua chiesa,a S. Benedetto al Porto.

Un abbraccio e un arrivederci. Ti hanno preso e ti prenderanno per un originalone, e un pochino lo eri, ma eri soprattutto un uomo di Dio, che aveva preso sul serio la Chiesa che nel 1962 ci promise Papa Giovanni, ad un mese dall’inizio del Concilio: La Chiesa di Cristo sarà la Chiesa DI TUTTI e soprattutto la Chiesa dei poveri.

Un abbraccio. Avrei voluto vedere il tuo ultimo sorriso, per rendermi conto se era simile all’ultimo sorriso di don Pino Puglisi, del Beato Pino Puglisi, quando un poveraccio, vittima della mafia anche lui, gli puntò la sua grossa  pistola alla tempia, e lui sorrise dicendo “Me l’’aspettavo”.

Un suo intimo amico ha raccontato che all’obitorio dell’ospedale don Pino, il Beato Pino, aveva la testa reclinata sul lato destro e sul volto quello stesso sorriso; ma non era il sorriso dell’uomo appena entrato in Paradiso, no, era quello che a Palermo chiamano ‘u surrisu di chi ti pigghia p’ ‘u culu. E ha commentato, l’amico: “Voleva dire che non era morto”.

Don Andrea, don Pino, quando pensiamo a voi il nostro  lungo amore per la Chiesa diventa travolgente.

Angosciante ed estasiante al tempo sesso. Pregate il Signore per noi.

Gubbio,  26 maggio 2013                                       Can.co don Angelo M., Fanucci





Dalla lettera settimanale di Don Anelo m: Fanucci del 21 Aprile 2013

…omissis…

IL CARD MARTINI, UN MAESTRO PER IL NOSTRO TEMPO (2)

Nell’ultima lettera vi ho chiesto di permettermi, a mo’ d’introduzione, di ricordare, nelle due prime tra le prossime  lettere, quello che Martini è stato per la Comunità di Capodarco, a Fermo, e quello che è stato la Comunità di Capodarco, qui a Gubbio, per noi, che allora ci chiamavamo  Centro Lavoro Cultura e oggi siamo la Comunità di Capodarco dell’Umbria. Le lettere, invece che due,  saranno tre. Perché sono gli episodi da riferire.

Il card. Martini nella nostra Comunità di Capodarco dell’Umbria

Il Card. Martini la nostra comunità l’ha inaugurata di persona. Ma in altre due circostanze ha fornito la misura della sua interiorità, una volta al Vescovo Bottaccioli e tramite lui a me, la seconda ai  Consiglieri del CNCA (Coordinamento  Nazionale delle Comunità di Accoglienza, tra quali  c’ero anch’io. 

Un’attenzione selettiva

Nei primi anni novanta venne da noi, a S. Girolamo, Roberto Briolotti, un milanese di Viale Zara, che voleva farsi prete. Ma soffriva di una fortissima forma di spasticità: parlava con fatica, anche se con un minimo di allenamento si riusciva  a capirlo; era invece totalmente scoordinato il movimento dei suoi arti; bisognava imboccarlo; beveva con la cannuccia, perché se avesse dovuto assumere un bicchiere d’acqua con la tecnica che tutti usiamo, avrebbe bagnato tutto e tutti nel giro di 10 metri

Roberto aveva compiuto brillantemente gli studi di teologia nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale: avrebbe voluto diventare prete, Ma lo avrebbe potuto?

L’articolo del codice di diritto canonico che vietava ai disabili l’ordinazione sacerdotale era stato abolito. Ma nel suo caso, data l’impossibilità di compiere i gesti sari che l Messa prevede, sarebbe bastato? E come mai il cad. Martini non si decideva da ordinarlo prete?

Lo chiedemmo al Vescovo Bottaccioli, che a proposto di Roberto volle sentire di persona il card. Martini: andò ad incontrarlo a Collevalenza, durante una delle Assemblee generali  della CEI.

Riuscì a parlarci a quattr’occhi, dopo cena, e restò strabiliato: di Roberto Briolotti, della sua personale situazione, Martini sapeva tutto, ma proprio tutto.

 Uno dei segni dell’autentica sequela del Signore sta proprio nel fatto che uno, d’istinto, si ricorda degli ultimi più di chiunque altro. Anche quando, come Carlo Maria Martini, ha la responsabilità di una diocesi di 3 milioni di abitanti.

Se non l’ordinava era perché non riusciva a immaginare per lui un adeguato spazio di apostolato: dove e come avrebbe esercitato le sue facoltà di prete?

La residenza di S. Girolamo poteva garantirgli quello che Milano non gli consentiva.

Roberto diventò prete grazie a questo ottimo esempio di attenzione selettiva.

Oggi don Roberto Briolotti è cappellano in una casa per disabili di Pavia.

Senza puzzette sotto il naso

Quel giorno a Milano, nel seminario di Corso Venezia. Con il Card. Martini noi del CNCA si parlava e delle difficoltà  che incontravamo nel collocarsi dentro la Chiesa.

Colorito come sempre, don Vinicio lamentava che le nostre difficoltà cominciavano da lontano “Facciamo difficoltà anche trovarci un Patrono Celeste che conti qualcosa. Se li sono accaparrati tutti. Chi la Madonna della Misericordia, chi lo Spirito Santo, chi il Cuore di Gesù…: a noi è rimato quel … disoccupato di S, Giuseppe”.

 “Quel disoccupato”dissero le corde vocali. Poi il labiale, verso Sua Eminenza: “Coglione”. Un moccolo, se non fosse stato per l’intonazione affettuosa dell’appellativo  

Martini stava ascoltando con in mano un penna biro tenuta verticalmente appoggiata, tra le labbra e la punte del naso. Non poteva ridere, noblesse oblige, ma non poteva nemmeno non sorridere. E io notai la vibrazione di quella biro, segno di un sorriso contenuto a fatica.

Un altro cardinale si sarebbe adontato. Ma io credo che lui. ad onta del suo imponente patrimonio linguistico,  il verbo adontarsi non sapesse  nemmeno coniugarlo.

Ad maiora, caro Gibbappropinquante

Gubbio, 21 aprile 2013                                                           Can.co don Angelo M. Fanucci





L'incontro del Lunedì di Pasqua si è concluso con la lettura assembleare dell'inizio della "Gaudium et spes"

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

Gaudium et spes (incipit)
Roma, presso San Pietro
7 dicembre 1965.

Paolo vescovo
Servo dei servi di dio



Anche quest’anno come sempre il Lunedì di Pasqua ci ritroveremo a FONTE AVELLANA ore 9,30.

Il tema condotto dal Priore Dom Gianni Giacomelli sarà di estrema attualità :

Che tempi viviamo?

Seguirà come al solito la S. Messa e poi il pranzo presso la foresteria del Monastero




Clicca Q U I per leggere il BLOG de IL GIBBO

 

A partire da Pasqua la Chiesa cattolica avrà due papi, uno solo de facto, ma tutt’e due de iure? A parte il celebre caso di Celestino V e Bonifacio VIII alla fine del Duecento, una situazione del genere non si era mai verificata in duemila anni di storia, senza considerare che papa Celestino passò il tempo da ex-papa prima ramingo e poi imprigionato a molta distanza da Roma, mentre Benedetto XVI continuerà ad abitare in Vaticano a poche centinaia di metri dal successore.

 

Costituirà per lui un’ombra o una sorgente di luce e di ispirazione? Ovviamente nessuno lo sa, neppure lo stesso Benedetto XVI, il quale certamente è una persona discreta e assai rispettosa delle forme, ma il cui peso intellettuale e spirituale non può non esercitare una pressione su chiunque sarà a prendere il suo posto. Una cosa però deve essere chiara: a Pasqua non ci saranno due papi, ma uno solo, perché Joseph Ratzinger non sarà più vescovo di Roma ed essere papa significa prima di tutto ed essenzialmente essere “vescovo di Roma”….

 

L’inedita situazione determinata dalle dimissioni di Benedetto XVI è di grande aiuto per comprendere che cosa significa veramente fare il papa. Fino a ieri “essere papa” e “fare il papa” era la medesima cosa. Fino a ieri la persona e il ruolo si identificavano, non c’era soluzione di continuità, ed anzi, se tra le due dimensioni doveva prevalerne una, era certamente quella di “essere papa” a prevalere, facendo passare in secondo piano il fatto di avere o no le piene possibilità di poterlo fare. Tutti ricordano, ai tempi della conclamata malattia di Giovanni Paolo II, le ripetute assicurazioni della Sala stampa vaticana sulle sue condizioni di salute. Giovanni Paolo II non poteva più fare il papa, ma lo era, e ciò bastava. Prevaleva la dimensione sacrale, legata all’essenza, al carisma, allo status, all’essere papa a prescindere anche dal proprio corpo. E non a caso Giovanni Paolo II, quando qualcuno gli prospettava l’ipotesi delle dimissioni, era solito ripetere che «dalla croce non si scende». Benedetto XVI vuole forse scendere dalla croce? No, si tratta di altro, semplicemente del fatto che egli ha prima riconosciuto dentro di sé e poi ha dichiarato pubblicamente che il calo progressivo delle forze fisiche e psichiche non gli permette più di “fare il papa” e quindi intende cessare di “essere papa”. La funzione ha avuto la meglio sull’essenza, il ruolo sull’identità. Io aggiungo che la laicità ha avuto la meglio sulla sacralità.

 

Si è trattato infatti di una decisione laica, perché opera una distinzione, e laddove c’è distinzione, c’è laicità. La distinzione tra la persona e il ruolo introdotta ieri da Benedetto XVI con le sue dimissioni si concretizza in queste parole dette in latino ai cardinali: «Le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». C’è un ministero, una funzione, un ruolo, un servizio, che ha la priorità rispetto all’identità della persona.

 

La parola decisiva nell’annuncio papale di ieri è però un’altra, la seguente: «Nel mondo di oggi». Ecco le sue parole: «Nel mondo di oggi per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito». Nel mondo di ieri, fa intendere Benedetto XVI, la distinzione tra persona e ruolo poteva ancora non emergere e un Joseph Ratzinger indebolito avrebbe ancora potuto continuare a svolgere il ruolo di Benedetto XVI. Nel mondo di oggi, invece, non è più così. Io considero queste parole non solo una grande lezione di auto-consapevolezza e di laicità, ma anche una grande occasione di ripensamento per il governo della Chiesa. Le dimissioni di Benedetto XVI possono condurre a una riforma della concezione monarchica e sacrale del papato nata nel Medioevo, e riprendere la concezione più aperta e funzionale che il ruolo del papa aveva nei primi secoli cristiani?

 

È difficile che ciò avvenga, ma rimane l’urgenza di rimettere al centro del governo della Chiesa la spiritualità del Nuovo Testamento, passando da una concezione che assegna al papato un potere assoluto e solitario, a una concezione più aperta e capace di far vivere nella quotidianità il metodo conciliare. Non si tratta infatti solo delle condizioni di salute di Joseph Ratzinger che vengono meno. Occorre procedere oltre e giungere a porsi l’inevitabile interrogativo: “nel mondo di oggi” è in grado un unico uomo di guidare la barca di Pietro? Si obietterà che il papa non è solo, ma è circondato da numerosi collaboratori. Ma si tratta di collaboratori ossequienti, spesso scelti tra plaudenti yes-men e senza capacità di istituire un vero confronto e una serrata dialettica interna, condizioni indispensabili per assumere decisioni in grado di far navigare la barca di Pietro “nel mondo di oggi”. All’inizio però non era così. San Pietro aveva certamente un ruolo di guida nella prima comunità, come si apprende dal libro degli Atti, ma non esercitava tale funzione con potere assoluto, perché altrimenti non si capirebbe il concilio tenutosi a Gerusalemme verso l’anno 50 e l’aperta opposizione di San Paolo verso di lui nell’episodio di Antiochia.

 

L’annuncio papale di ieri è avvenuto nel contesto di alcune canonizzazioni, una delle quali riguardava i Martiri di Otranto, gli 800 cristiani uccisi dagli ottomani nel 1480 per non aver rinnegato la fede. Martirio è testimonianza. La tradizione della Chiesa però oltre al martirio rosso del sangue versato conosce il martirio verde della vita itinerante per l’apostolato e il martirio bianco per l’abbandono di tutti i propri beni.

 

Nel caso di Benedetto XVI abbiamo a che fare con un martirio-testimonianza di altro colore, quello del riconoscimento della propria debolezza, della propria incapacità, del proprio non essere all’altezza. È la fine di una modalità di intendere il papato, e può essere la nascita di qualcosa di nuovo.

Vito Mancuso,




La lettera settimanale di Don A.M.Fanucci

 17 febbraio 2013”                                             www.ilgibbo.it

Caro Gibbappropinquante,

scrivo la sera di un giorno particolarissimo, la sera dell’11 febbraio 2013, il giorno in cui Papa Benedetto XVI ha comunicato al mondo di volersi dimettere da Vescovo di Roma e Successore di S. Pietro, il prossimo 28 febbraio, alle 8 di sera: preciso come un vero tedesco, deciso come un vero cristiano.

Stamattina poco prima di mezzogiorno Monia, una delle operatrici più responsabili, professionali e attente ai bisogni dei nostri ragazzi che abbiamo, ha fatto irruzione nel mo studio: “Si è dimesso il Papa!”.

 La mia risposta è stata istantanea e istintiva: “Era ora!”. Poi però è subentrata in me una specie di agitazione fortissima, talmente forte da farmi tremare, che ruotava interamente intorno al pensiero dominante: “Dicono sempre che il loro non è potere, ma servizio, e ai massimi vertici c’è chi lo dice sul serio, perché ci crede, e che  quando il servizio non è più possibile, si fa da parte!”. Ora galleggio tra l’ammirazione sconfinata per Benedetto XVI, che pure più di una volta mi aveva deluso, anche su temi molto  importanti, e un orgoglio smisurato di appartenere alla Chiesa, a questa Chiesa, che è capace di questi gesti.

Ma adesso che facciamo? Mi tuffo nel toto/papa, con la miseria di indiscrezioni di terza/quarta mano che si riescono a captare da Gubbio? L’altra volta mi pericolai a profetare un Papato Ennio Antonelli, e come credibile lettore del futuro venni preso in considerazione anche da Il Sol 24 Ore e dal Corriere della Sera, e ci feci la consueta figura, quella che mi si addice, quella del pirla.

class=SpellE>Can.co don Angelo M. Fanucci




CI PREPARIAMO AL NATALE  RISCOPRENDO IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

BIBLIOTECA SPERELLIANA


I QUATTRO GIOVEDÌ DEL TEMPO DI AVVENTO 2012

Giovedì 20 dicembre, ore 17 – 19

IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

introduce Francesco Sacchetti

 

Domenica 28 ottobre 2012 a Fonte Avellana, il nuovo priore dom Gianni Giacomelli ci ha parlato:

Gianni Giacomelli, Priore di Fonte Avellana

DELLE RAGIONI DELL'IMPEGNO POLITICO OGGI

L'incontro è stato molto interessante e partecipato.

     Clicca con il TASTO DESTRO QUI per salvare il file sul tuo PC o con il TASTO SINISTRO per ascoltarlo direttamente (in quest'ultimo caso è necessario attendere qualche decina di secondi).

   

«La Chiesa? Troppo ricca e zitta»

Parla il gesuita padre Bartolomeo Sorge: «Il Vangelo chiede più profezia. Speriamo che l'Anno della fede porti a riprendere con slancio il rinnovamento rimasto fermo a metà».

È sensazione diffusa che il rinnovamento della Chiesa, iniziato con il concilio Vaticano II, oggi sia interrotto. Troppi,nella Chiesa, preferiscono ancora il vino e gli otri vecchi a quelli nuovi. Lo stallo attuale è dovuto soprattutto alla mancata realizzazione dello “spirito di collegialità”, che è il lascito più importante del Concilio. Manca, nella Chiesa, un vero dialogo: dei vescovi con la Curia romana, delle comunità locali con i loro pastori e, più in generale,della gerarchia con i fedeli laici... Si decide ancora tutto dall’alto. Perciò, al posto della parresia evangelica, crescono nella Chiesa il silenzio e il disinteresse dei fedeli. Non parla più nessuno.

Eppure, oggi più che mai, è necessario che vi sia nella Chiesa un dialogo, aperto e sincero, condotto con amore e stima vicendevoli. Infatti, per la nuova evangelizzazione, più che di decisioni prese dall’alto, c’è necessità di discernimento comunitario; più che di nuove strutture di Curia, c’è bisogno di testimoni, di laici maturi e responsabili. Certo, ai fini dell’evangelizzazione, è importante che la Chiesa collabori lealmente con le istituzioni politiche: ma perché continuare a riporre la fiducia nella diplomazia, nei Concordati, nello scambio di ambasciatori, nelle indebite pressioni sui Governi?

Il Vangelo chiede profezia non diplomazia. La forza della Chiesa sta nella parola di Dio, nella santità dei fedeli, nella predilezione per i poveri, non nel favore dei ricchi e dei potenti di turno o nella protezione dei poteri forti. La Chiesa del Concilio è una Chiesa libera.

Certo, ai fini dell’evangelizzazione, l’uso dei beni è necessario. Ma con quale credibilità la Chiesa porterà al mondo la “buona notizia”di Dio che, per salvarci, si fa povero e sceglie i poveri, se le istituzioni ecclesiastiche gestiscono banche e giocano in Borsa? Se chi annunzia il Vangelo vive in palazzi simili a regge? La Chiesa del Concilio è una Chiesa povera.

Con quale coerenza la Chiesa esorta i fedeli a partecipare all’Eucaristia, memoriale della Pasqua, se poi ne offusca la trasparenza con cerimonie pompose, abbigliamenti sfarzosi e ornamenti ricchi e preziosi? La Chiesa del Concilio è una Chiesa profetica.

Auspichiamo, quindi, che l’Anno della fede,indetto per il 50° del Concilio, porti a riprendere con slancio il rinnovamento rimasto fermo a metà. La Chiesa siamo noi, peccatori, sempre bisognosa perciò di riforma; ma è fondata in Cristo, quindi sempre santa e madre di santi. Ecco perché siamo fiduciosi: nonostante tutto, il cammino del Concilio continua.

padre Bartolomeo Sorge, S.J.                         da Famiglia Cristiana  15/10/2012




La lettera settimanale di Don A.M.Fanucci

 30 settembre 2012”                                             www.ilgibbo.it

Scrivo sotto scacco di una grande tristezza. Una tristezza dovuta a due morti che sarebbero tanto diverse, se non fosse perché dietro ad ognuna delle due s’intravede, appena tratteggiata, la dolce  fisionomia dell’unico  amico che non ti abbandona mai, anche quando tutti gli altri non possono far altro che abbandonarti.

È morto Fortunato Baldelli, prete esemplare, amico di quella nostra lontana giovinezza che fu fervente e tutta tesa ad imparare l’amicizia con Cristo e a qualificarci per rendere un servizio degno di lei alla sua Chiesa: abbiamo vissuto fianco a fianco, prima per due anni al seminario Regionale di Assisi, poi per cinque anni al Seminario Romano Maggiore. Sì, oltre che prete Fortunato era anche vescovo, e nunzio apostolico (in Angola, a São Tomè e Principe, in Repubblica Dominicana, in Perù, in Francia), e poi anche cardinale, ma per uno come lui, che sentiva fortissima la dignità del prete, questi erano piccoli e insignificanti particolari. La vita come dono e come missione. Per lui fu una missione  che durò oltre quarant'anni nel servizio diplomatico della Santa Sede. Poi, dal 2 giugno 2009 al 5 gennaio 2012 Penitenziere Maggiore: addetto a rispondere, con uno staff di una decina di esperti, entro 24 ore, alle missive che arrivavano da tutto l’orbe cattolico e chiedevano mediazione autorevole a proposito di un qualche evento sacrilego, di quelli la cui assoluzione la Chiesa riserva al Papa. "Fu povero di spirito”, ha detto di lui il Card. Sodano nell’omelia funebre, sabato 22, a S. Pietro. Lode straordinaria, visto che viene da un ambiente nel quale solo i santi possono permettersi di essere “puri di cuore”. E Fortunato Baldelli era un puro di cuore, cioè santo.

È morto Francesco Rampini, il figlio ventottenne di Giampietro, il grande innamorato della Bibbia che nella nostra Lectio divina ogni settimana ci provoca e ci carica per fare della Parola di Dio l’anima della nostra anima. Oggi, 25 settembre, alle 15, presieduta dal Vescovo Mario Ceccobelli.,  celebreremo la Liturgia di Commiato. Se mi sarà concesso io leggerò la testimonianza appassionata di un non credente, che da lì a poco la guerra civile avrebbe travolto e ucciso,  l’inizio dell’ultima strofe del Lamento per la morte di Ignazio di Garcia Lorca, ANIMA ASSENTE: Non ti conosce il toro né il fico, //né i cavalli né le formiche di casa tua. // Non ti conosce il bambino né la sera // perché sei morto per sempre.   Non ti conosce il dorso della pietra,//né il raso nero dove ti distruggi.// Non ti conosce il tuo ricordo muto //perché sei morto per sempre.    Verrà l’autunno con conchiglie, // uva di nebbia e monti aggruppati, // ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi // perché sei morto per sempre.   Perché sei morto per sempre, //come tutti i morti della Terra, // come tutti i morti che si scordano // in un mucchio di cani spenti. No, forse non leggerò questa strofe.

Poi ricorderò come ieri sera, nella Chiesetta dei Santantoniari …: ma quanti sono i tuoi amici, Francesco, quanti sono i ragazzi e le ragazze che ti hanno voluto bene? Ma nemmeno uno di loro poteva essere presente quando lo schianto ti ha ucciso. E nemmeno tuo Padre, tua Madre, i tuoi familiari. Nessuno E adesso quei ragazzi guardano la tua bara e dal profondo del loro cuore sale una domanda terribile: Vorrei sapere a che cosa è servito, vivere, amare, soffrire. E io, come l’ultimo dei suoi Discepoli, come uno che da tanti anni, disperatamente, cerca di seguire il pastore che cammina davanti a tutti noi, dico ai tuoi amici che, nel momento in cui nessuno di loro poteva essere presente, era presente quell’unico che era presente anche quando il mondo per un suo comando cominciò il suo cammino millenario; ma lui che l’aveva creato e aveva subito fatto un passo indietro, e si sottomise alle leggi che lui stesso aveva stabilito nella natura delle cose. Abdicò alla sua onnipotenza a favore della condivisione silenziosa e onnipresente con ogni uomo. Con noi, con te, Francesco.

Grazie a lui vivere non può più diventare aver vissuto, amare non può più diventare aver amato, soffrire non può più diventare aver sofferto. Francesco, ora sei nell’eterno presente di Dio. Verremo anche noi, quando sarà il nostro tempo. E capiremo nella luce abbagliante della verità tutta intera quello che oggi possiamo appena intravedere nella speranza. Per questo sul nostro manifesto abbiamo scritto: L’Associazione IL GIBBO s’inginocchia, con GIAMPIETRO RAMPINI e con tutta la sua famiglia, intorno alla salma di FRANCESCO nell’abbandono sofferto e fiducioso a quel Dio dei deboli che non ha né voluto né permesso l’evento luttuoso, ma l’ha sofferto e lo soffre come tutti noi.

Gubbio, 25 settembre 2012                                                           Can.co don Angelo M. Fanucci




La fede e il dubbio

di EUGENIO SCALFARI

OSO pensare che sia stato un momento sereno o addirittura felice quello di Carlo Maria Martini quando ha deciso di essere staccato dalle macchine che ancora lo tenevano in vita e consentirgli di entrare nel cielo delle beatitudini, se Dio vorrà.

Ne abbiamo parlato spesso nei nostri incontri. Lui diceva che la sua fede era salda ma si confrontava ogni giorno con i dubbi. Non sulla fede ma sul modo di usarla, di farla vivere con gli altri e per gli altri. La fede - così diceva - è al tempo stesso contemplazione e azione, ma sono due movimenti dell'anima intimamente collegati. La contemplazione è solitaria, l'azione è solidale e pastorale.

Io, da tutt'altro punto di vista, obiettavo che il dubbio sull'azione finisce per coinvolgere la fede nella sua interezza. Lui, quando gli feci quest'osservazione, rispose che infatti ogni giorno chi ha fede deve riconquistarla; questo è il compito del cristiano e in particolare del vescovo, successore degli apostoli: mettere la sua fede al servizio degli altri, quindi metterla in gioco e insieme agli altri, insieme alle pecore smarrite, riconquistarla.

Un giorno gli domandai quale fosse per lui il momento culminante della vita di Gesù: il discorso della montagna, oppure l'ultima cena o la preghiera nell'orto del Getsemani o l'interrogatorio dinanzi a Pilato o le "stazioni" della Passione o infine la crocifissione e la morte. "No - rispose - il momento culminante è la Resurrezione, quando scoperchia il suo sepolcro e appare a Maria e a Maddalena.

Martini è andato e ha predicato; si è confrontato, ha privilegiato i giovani preti e i laici più lontani ed ha considerato la morte come l'attimo in cui si varca la porta che conduce alla contemplazione eterna nella luce del Signore. L'anima abbandona il corpo dov'era rinserrata, ha fatto l'esperienza dei peccati, si è misurata con le tentazioni, ha pregato per gli altri in attesa di quel momento supremo. Per questo oso pensare che decidere di andare in pace sia stato l'attimo felice della sua vita.

Io non ho la fede nell'oltremondo e non la cerco. Lui lo sapeva e non ha mai fatto nulla per convertirmi. Non era questa la sua pastoralità, almeno con me. Voleva offrirmi la sua esperienza e forse utilizzare la mia. Ma quale esperienza? Non certo quella del mondo ma quella dell'anima, degli istinti, dei sentimenti, dei pensieri.
L'ultima volta che ci siamo incontrati, lo scorso inverno, gli portai il mio ultimo libro intitolato a Eros che non è certo una divinità cristiana. Lui non parlava già più, sussurrava e il suo assistente don Damiano leggeva il moto delle sue labbra e lo traduceva. Ma dopo aver rigirato tra le mani tremanti il libro, mi chiese (e don Damiano tradusse) se il protagonista del libro fosse l'amore e io risposi che sì, era un libro sull'amore e soprattutto l'amore per gli altri. E lui fece sì con la testa, per dire che gradiva il dono.

L'amore per gli altri è il modo che Gesù indicò come il solo che conduce a Dio, la "caritas" l'"agape". Quello è il compito della Chiesa apostolica: la "caritas" per arrivare a Dio attraverso il figlio che si è fatto uomo.

Quando ci lasciammo lui mi sussurrò nell'orecchio: "Pregherò per lei" e io risposi: io la penserò. E lui sussurrò ancora: "Eguale".

Oggi penso molto a lui. Lui, nell'immagine di quell'attimo finale, ha certo pensato che stava varcando la porta della vita eterna. E io penso che lui l'abbia pensato e questo mi consola della sua perdita.

La Repubblica (01 settembre 2012)


DOMENICA 26 AGOSTO 2012 PRESSO IL CHIOSTRO DI SAN PIETRO SI SI E' TENUTO ALLA PRESENZA DI CIRCA 700 PERSONE UN INCONTRO CON IL TEOLOGO
VITO MANCUSO
           SUL TEMA:
LIBERTA' DI COSCIENZA E COSCIENZA DELLA LIBERTA'
E' intervenuto anche Dom Gianni Giacomelli Priore di Fonte Avellana
Per il resoconto dell'iniziativa clicca la scritta.




Clicca Q U I per il video sul suo ultimo libro "Obbedienza e libertà".


DOMENICA 26 AGOSTO 2012 ORE 21

PRESSO IL CHIOSTRO DI SAN PIETRO


SI TERRA’ UN INCONTRO CON IL TEOLOGO:

VITO MANCUSO

SUL TEMA:

LIBERTA’ DI COSCIENZA E COSCIENZA DELLA LIBERTA’

INTERVERRA’ ANCHE DOM GIANNI GIACOMELLI

PRIORE DI FONTE AVELLANA




Clicca Q U I per il video sul suo ultimo libro "Obbedienza e libertà".

  

Don Pierluigi Di Piazza
"FUORI DAL TEMPIO
la Chiesa al servizio
dell'umanità"

Prologo al libro "Fuori dal Tempio" di Pierluigi di Piazza- Laterza editore - 2011

Non crediamo in un Dio lontano, giudice freddo delle de­bolezze umane, indifferente ai drammi e alle speranze della storia.

Non crediamo in un Dio che giustifica l'esaltazione della proprietà privata, del capitalismo, dell'accumulo del denaro e dei beni.

Non crediamo in un Dio che suggerisce, alimenta e conferma l'inimicizia fra persone e popoli; che legittima la costruzione e la vendita delle armi, le guerre, le ronde, il perseguire il reato di immigrazione irregolare, i vigili urbani armati, il potere salvifico delle telecamere.

Non crediamo in un Dio onnipotente quando, con que­sto concetto, si vuole intendere il più potente dei potenti di questo mondo; che si colloca alla sommità delle gerarchie e dell'autoritarismo, che esige onori e privilegi e così conferma autoritarismi, onori e privilegi, da parte delle autorità della società, della politica, delle diverse religioni, della Chiesa.

Non crediamo in un Dio che umilia, che castiga, che ali­menta i ricatti e i sensi di colpa delle persone.

Non crediamo in un Dio che si incontra solo o di pre­ferenza nelle Chiese, nelle verità dogmatiche, nei simboli religiosi.

Non crediamo nel Dio delle grandi occasioni religiose, come il Natale, quando sono concepite come ingrediente del materialismo, del consumismo, della superficialità, di una religione che non coinvolge nella storia.

Non crediamo in un Dio bianco, occidentale, friulano - giuliano, neppure 'cristiano' quando la sua presenza è pre­tesa per fondare e legittimare le discriminazioni, la xeno­fobia, il razzismo; per alimentare paure e sospetti, chiusure etniche, localistiche, identitarie, il culto di quella tradizio­ne che trasforma la libertà evangelica in ossequio al con­formismo.

Non crediamo in un Dio che giustifica la presunzione di superiorità e i giudizi moralistici nei confronti delle persone che più fanno fatica a vivere, di coloro che si trovano in condizioni esistenziali, familiari, sessuali 'diverse' rispetto alla presunta normalità.

Non crediamo in un Dio maschilista che supporta .nella società e anche nella Chiesa sottomissione, strumentalità, volgarità, violenze nei confronti delle donne.

Non crediamo in un Dio utilizzato per confermare il po­tere della società, del mondo, della Chiesa attuali.

Crediamo nel Dio che ascolta le grida, i gemiti, i silenzi delle persone e dei popoli impoveriti, colpiti, oppressi, sfrut­tati, crocifissi; che prende a cuore la loro condizione, si fa presente come il Dio della liberazione e della vita; incoraggia, sostiene e accompagna le esigenze di dignità, di giustizia, di uguaglianza.

Crediamo nel Dio della creazione, che ha fatto ogni cosa per l'armonia e il bene, che ha affidato il creato all'uomo af­finché custodisca con diligenza l'ambiente e non dimentichi mai che i beni della terra sono destinati alla vita di tutti.

Crediamo in un Dio con il quale si può dialogare, ma anche protestare, chiedendogli il perché di tante morti, sof­ferenze, ingiustizie...

Crediamo nel Dio in tanti e diversi modi invocato nelle diverse parti del pianeta, al quale tanti chiedono la forza di vivere in condizioni spesso drammatiche e di amare anche quando non ci si sente amati.

Crediamo nel Dio dei profeti che denunciano l'ipocrisia e la falsità di un culto religioso non solo staccato dalla vita, ma copertura dell'ingiustizia e della violenza; che sollecita­no continuamente a prendersi cura dei poveri, degli orfani, delle vedove, degli stranieri.

Crediamo nel Dio della giustizia, della condivisione, del­la fraternità.

Crediamo nel Dio che si è rivelato nell'Uomo, in Gesù di Nazareth fragile e impotente nel mondo, dalla nascita nella stalla degli animali a Betlemme fino all'uccisione sul legno della croce: crocifisso, vittima fra le vittime; vivente oltre la morte, compagno quotidiano di viaggio nella no­stra vita.

Crediamo nel Dio che in Gesù di Nazareth conforta, so­stiene, purifica l'amicizia e l'amore; la semplicità di cuore, di sguardi e di gesti; la sobrietà, la convivialità festosa fra le differenze.

Crediamo nel Dio che in Gesù ci chiama continuamente a convertire la mente e il cuore, sempre infondendo fiducia, incoraggiamento e pace...

Crediamo nel Dio di Gesù presente con il suo santo Spirito nelle case e nelle fabbriche, nelle scuole e negli ospe­dali, nelle carceri e nelle comunità di accoglienza: per chi soffre nel corpo e nella psiche, per chi dipende da sostanze e situazioni, per chi è straniero.

Crediamo nel Dio presente nelle lacrime, nei silenzi, nei gemiti, nelle grida di sofferenza; nei sorrisi e nelle manife­stazioni di gioia; presente in chi è affamato, assetato, nudo, ammalato, carcerato, forestiero; nelle parole e nei gesti di concreta prossimità e solidarietà.

Nel Dio presente nelle resistenze, nelle lotte delle comu­nità e dei popoli per la giustizia, la verità, la pace; nel Dio presente nel creato e nella contemplazione delle sue mani­festazioni.

Crediamo nel Dio che in Gesù si manifesta come il Dio totalmente umano: padre, madre, fratello e sorella, amico di noi donne e uomini in cammino nella storia.

Nel Dio della misericordia e dell'accoglienza di ogni per­sona di qualsiasi provenienza e appartenenza, di qualsiasi condizione.

Crediamo nel Dio che ci chiede responsabilità, fedeltà, coerenza.

Crediamo nel Dio che .nelle parole e nei gesti di Gesù indica la strada a una Chiesa guidata dallo Spirito, capace di condividere i beni; di ascoltare, di prendere a cuore le sofferenze e le fatiche dell'umanità.

Nel Dio che sospinge la Chiesa a uscire dal tempio per vivere in cammino con l'umanità per contribuire a renderla più umana.

Crediamo nel Dio che comunica libertà ed esige libertà, che resta sempre il Totalmente Altro, al di là di tutto ciò che il linguaggio umano può raccontare di lui; che garantisce lai­cità perché chiede fiducia, confidenza, affidamento, dialogo e confronto.

Crediamo nel Dio presente nel nostro vivere, amare, dedicarci, impegnarci, soffrire e, quando sarà il momento, morire nel modo più umano possibile.

Nel Dio che ci accoglierà nel suo Mistero dopo averci ac­compagnati nella quotidianità della nostra vita nella storia.


Ripreso dal "Tema del Mese di Giugno" - www.ilgibbo.it/6_12.htm




Dalla lettera settimanale di Don A.M.Fanucci

Caro Gibbappropinquante,

sotto le Feste di S. Ubaldo, quando la psiche collettiva degli Eugubini sembrerebbe totalmente impegnata dalla grandiosa Festa dei Ceri, qui a Gubbio abbiamo vissuto un vasto e profondo momento comunitario di segno diverso.

Parlo della morte di don Alessandro Ceccarelli e della bellezza della Liturgia di Commiato che, per un moto collettivo contagioso, d’istinto tutti gli abbiamo riservato.

Don Alessandro è morto la sera del 14 maggio. Un po’ prima dell’ora in cui si incontrava con i suoi, nella Chiesa di S. Martino in Colle, per il Fioretto mariano. È morto sotto il Bobcar con il quale stava rifinendo la strada che corre intorno ad uno dei tanti laghetti artificiali che gremiscono la nostra campagna. Schiacciato. L’hanno trovato solo la mattina dopo, all’alba della Festa dei Ceri, che subito per tanta gente è stata un po’ meno Festa. Il 17 pomeriggio, a salutarlo e a pregare per lui, c’era una folla di figli e fratelli che si stipava in una Chiesa, quella di S. Francesco, la più grande di Gubbio, piena come non mai

In molti, a cominciare dal Vescovo Ceccobelli nella sua omelia, hanno parlato del suo profilo di prete “sui generis”, generoso e improvvido, incapace di perdere tempo e capace di affrontare lunghissimi viaggi per il bene, forse solo presunto, di un soggetto debole che si era affidato a lui.

Ho parlato anche io, come suo amico e discepolo. Perché tale sono stato nei suoi confronti, grazie alla mia pazienza nel sollevare (e ce ne voleva!) la scorza spessa e dura con la quale egli difendeva la proprio interiorità dagli sguardi superficiali e indiscreti.

E ho rivelato che don Alessandro, anni fa, aveva donato alla mia comunità tutti i suoi risparmi, che aveva investito in un appartamento di nuova costruzione, lontano da Gubbio. Ha voluto che dell’usufrutto di quel bene godessero  Benito e Amalia, due anziani coniugi nei confronti dei quali riteneva di avere un grosso debito di riconoscenza; ora che Benito è morto, Amalia è sola, ma in quell’appartamento, ma può contare su di un condominio di amici.

Quello che non ho detto è che, in un paio di occasioni, due operazioni del tipo di quella fatta da don Sandro sono state vanificate dall’arrivo di Jo Condor quando ormai era entrato in scena il notaio.

Una riguardava un appartamento all’angolo fra Corso Garibaldi e Via Palmerucci, l’altra una villetta singola alla periferia di Gubbio.

Chi sia Jo Condor io non lo so, non lo conosco. Da parte mia sarebbe, quella di Jo Condor, l’ultima delle ultime parti che vorrei recitare nella mia vita. Non farei la caccia ad un patrimonio nemmeno per permettere alla mia comunità di accogliere il doppio dei soggetti deboli che oggi accoglie, nemmeno per salvarmi dalla morte per fame. Ma certo ci rimango male, molto male, quando mi sembra di  intuire che quello di Jo Condor è solo un travestimento, dietro il quale potrebbe forse esserci un uomo di Chiesa.

La nostra Chiesa è ricca, e questo non è automaticamente un male: ma che ci facciamo con tutte queste case? Piergiorgio Giacché dice che l’Umbria è la regione più ricca di contenitori vuoti. O ampiamente sottoutilizzati.

Caro don Sandro, il gesto che hai fatto nei confronti della mia comunità era per te totalmente naturale, totalmente gioioso e pieno di orgoglio come lo fu un giorno il dissetarci a Ranco Giovannello, quando, adolescenti in campeggio con il nostro Seminario Minore, arrivavamo lassù, sopra Campitello, trafelati, sudati, dietro i muli che trasportavano la grande tenda che ci avrebbe ospitato, tutt’e quaranta seminaristi, per un mese intero.

Un gesto che s’inseriva in una serie di gesti di dimensioni minori, ma della stessa qualità: Non sapevi dire di no a nessuno. Non bastavano nemmeno gli ematomi più vistosi a fermare la tua generosità.

Ti sia lieve la  terra, don Sandro. Così gli antichi salutavano chi se ne andava per sempre.

E la terra a te è davvero leggera, a te, prete dal vivere inimitabile, prete eucaristico, per come ti sei lasciato spezzare da chiunque avesse fame.

 

Un abbraccio

 

Gubbio, 20 maggio 2012                                                                         Can.co Angelo M: G’Fanucci

 


Giovedì 3 maggio, a Santa Maria, il nuovo priore dom Gianni Giacomelli ci ha continuato a parlare di:

Gianni Giacomelli, Priore di Fonte Avellana

LA RICERCA TEOLOGICA MODERNA SUI RAPPORTI

TRA PENTIMENTO E PERDONO,

TRA SACRAMENTO DELL’EUCARESTIA E SACRAMENTO DELLA PENITENZA

       L'incontro è stato molto interessante.

     Clicca con il TASTO DESTRO QUI per salvare il file sul tuo PC o con il TASTO SINISTRO perascoltarlo direttamente ( in quest'ultimo caso è necessario attendere qualche decina di secondi).

   

( stralcio della lettera di Don Angelo del 15 aprile 2012)

 

 

Caro Gibboappropinquante.

scrivo la sera di questo Lunedì dell’Angelo, 9 aprile 2012, giorno che noi de Il Gibbo siamo stati, al solito, a Fonte Avellana, stavolta  per un incontro con il nuovo Priore Gianni Giacomelli sul tema: L’odierna ricerca teologica sul rapporto fra pentimento e perdono e sul rapporto fra Eucaristia e Penitenza.

***

Benedetto XVI nell’omelia della Missa in coena domini del Giovedì Santo di questo 2012 ha detto che la Chiesa vive sempre più spesso in una situazione «drammatica.

Secondo Il sole 24 ore alludeva sia ad una tendenza che dura da tempo (la ribellione strisciante del clero, che sta andando avanti in Europa: Germania, Irlanda, Belgio, Svizzera, Slovacchia e Austria), sia alla specifica presa di posizione, chiamata Pfarrer-Initiative, una lettera firmata da 329 parroci austriaci, in cui si chiedono riforme radicali, tra cui il sacerdozio alle donne, l'abolizione del celibato e la comunione ai divorziati

Benedetto XVI ha detto di credere agli autori di tale appello quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove per riportare la Chiesa all'altezza dell'oggi; e ha ricordato che Cristo ha corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio, e lo ha fatto per risvegliare nuovamente l'obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida».

Ma subito dopo il Papa si è chiesto: Ma la disobbedienza è veramente una via? E ha chiesto a tutti di marciare tutti nella stessa direzione, perché c'è spazio per il rinnovamento, ma non per la disobbedienza.

Secondo Gian Maria Vian siamo di fronte ad una riflessione lucida e mite che una volta per tutte cancella lo stereotipo di un papa debole che non governerebbe la Chiesa. Sembra, questa del direttore de L'Osservatore Romano, una velata minaccia di misure disciplinari contro i firmatari della Pfarrer-Initiative.

Senonché proprio il capo dei ribelli, il parroco Schüller, primo firmatario della Pfarrer-Initiative, ha salutato con favore le parole del pontefice.

Conclude Il Sole 24 ore: Un fatto è certo: parlare della Chiesa in una «situazione drammatica» il giorno in cui si ricorda l'Ultima Cena è un atto tra i più forti del pontificato di Jospeh Ratzinger. Ma in definitiva "gestito" anche in forma di dialogo e di domande, e non a colpi di dottrina.

***

C’è molta saggezza in quello che il Papa ha detto, e totale apertura all’autentico rinnovamento.

E straordinariamente autentica è stata la novità della teologia biblica di dom Gianni, il Priore di Fonte Avellana, nel commento ai capitoli 2 e 3 del Genesi. Posso attestarlo per la prima parte della sua relazione (dopo la quale un virus maligno mi ha costretto a battere in ritirata, letteralmente), ma posso anche in intuirlo con certezza per la relazione intera.



Per leggere la lettera intera clicca   Qui


Monastero Fonte Avellana (particolare)

Lunedì 9 aprile, a Fonte Avellana, il nuovo priore dom Gianni Giacomelli ci ha parlato di:

LA RICERCA TEOLOGICA MODERNA SUI RAPPORTI

TRA PENTIMENTO E PERDONO,

TRA SACRAMENTO DELL’EUCARESTIA E SACRAMENTO DELLA PENITENZA

 

       L'incontro è stato molto interessante.

     Clicca con il TASTO DESTRO QUI per salvare il file sul tuo PC o con il TASTO SINISTRO per      ascoltarlo direttamente ( in quest'ultimo caso è necessario attendere qualche decina di secondi).

   


UOMINI E PROFETI

Una trasmissione di RADIO RAI a cui hanno partecipato recentemente:

Alessandro Barban – Priore Generale dei Camaldolesi

Gianni Giacomelli – priore di Fonte Avellana

Per ascoltarla clicca QUI




Paolo Farinella, prete, a tutte le Amiche e gli Amici sparsi ovunque

 

Carissime/Carissimi,

            questa comunicazione è scritta sotto dettatura, non ancora come testamento, ma come gesto di gratitudine e di amicizia a quanti, tanti, tantissimi, hanno invaso mio fratello Luciano chiedendo notizie sulla mia salute e mandando auguri, segni di stima, colore di amicizia e sincere preoccupazioni.

            E’ IMPOSSIBILE RISPONDERE SINGOLARMENTE ALLE CENTINAIA E CENTINAIA DI MESSAGGI E RICHIESTE, perché se lo facessi tornerei di nuovo in ospedale stremato e con il cuore esausto. Ogni e-mail, ogni messaggio in Facebook, ogni telefonata e i telegrammi sono una emozione  di gioia, faticosamente contenibile, ma che mi alterano e mi sconvolgono la glicemia, che in questo periodo è ballerina.

            RISPONDO PERTANTO A TUTTI CON QUESTO UNICO MESSAGGIO, promettendovi che periodicamente vi darò mie notizie attraverso i soliti canali (e-mail, Facebook, mio sito), se vi sono variazioni di rilievo, ben sapendo però che siamo in comunicazione oltre ogni limite spazio-temporale.

            Ringrazio con tutto il cuore (non è un modo di dire pleonastico!) i miei fratelli Luciano e Calogero e la mia amica Maria Cristina che hanno fatto barriera protettiva e anche di collegamento verso l’esterno, a me totalmente vietato. Sono preziosi, pazienti e validissimi «piccioni viaggiatori». Vi dico brevemente cosa è successo e cosa ho vissuto, mentre tutto accadeva.

            Mercoledì 28 dicembre mentre da casa mia mi recavo a piazza De Ferrari in Genova per la «500a ora di silenzio per la Pace», all’altezza di san Lorenzo, sento un dolore al petto e al braccio sinistro abbastanza forte, tanto da farci caso. Sebbene il primo pensiero è andato al «cuore», non vi feci caso, ma rallentai il passo fino a destinazione. La serata passò tranquilla. Con don Andrea Gallo e i presenti, tante, tante persone, ci trasferimmo a piedi alla biblioteca comunale Berio per la 2a parte della serata che prevedeva interventi diversi tra i quali uno di don Gallo e uno mio. Feci il mio intervento, anche abbastanza acceso e tutto filò lisco, anche se Angelo Cifatte mi disse che ad un certo punto del mio intervento mi toccai il petto, carezzandolo, ma io non ricordo. Tornai a casa, cenai come al solito, ripresi a lavorare e poi a tarda sera andai a letto.

            Il mattino di giovedì lavorai alla riedizione del mio romanzo che dovrebbe uscire a breve; ricevetti una telefonata di due amici di Verona che venivano a Genova per la mostra di Van Gogh e desideravano incontrarmi. Uscii a prendere i giornali e mentre camminavo avvertii per la seconda volta il dolore come il giorno prima. A mezzogiorno incontrai i miei amici di Verona e li accompagni per un breve giro nel centro storico di Genova. Essendo mezzogiorno li invitai a mangiare una farinata fresca in un tipico locale genovese e alla fine li stavo accompagnando a fare due passi nel lungomare accanto all’acquario nel Porto Antico. Qui una terza fitta di dolore molto forte mi fece comprendere che probabilmente non potevo più rimandare. Dissi agli amici che dovevo andare all’ospedale per una visita, senza allarmarli per non rovinargli la giornata e ci lasciammo.

            Andai a casa a cambiarmi perché ero in un mare di sudore, preparai lo zaino con pigiama, ciabatte, spazzolino e il libro della Messa in ebraico, chiamai un taxi e mi feci portare all’Ospedale più vicino, il Galliera. Durante il tragitto, circa un quarto d’ora, mentre guardavo fuori dal taxi, pensando, passai in rassegna come in un film, volti, eventi e impegni. Il dolore era forte, il tassista mi guardò dal retrovisore. Pensai alla morte come una vera possibilità imminente e misi in conto che potevo non arrivare all’Ospedale. Ero sereno e l’idea della morte con cui convivo da moltissimi anni invece di ansia mi ha rilassato allentando il dolore: se dovevo morire, se era giunta la mia ora, era anche bello esserne cosciente e disponibile. Dissi tra me solo le parole di frate Francesco: cara «sora mia corporale», lo zaino è pronto, il cuore danza, sono pronto per attraversare il Mare Rosso verso il monte della rivelazione.

            Ho vissuto la vita donata senza misura agli altri, non potevo ora trattenerne una porzione per me e preoccuparmi eccessivamente. Mi sovvennero le parole finali dell’Apocalisse: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni, Signore Gesù!» Che ripetei in aramaico «Maràn Yesuà‘, athà!». Il mio pensiero è corso alla  mia famiglia, in modo particolare a mio nipote Giuseppe che vive dalla nascita su una carrozzella, ai miei fratelli che mi avevano preceduto nel viaggio della vita insieme ai miei genitori che ora ricomponevano la famiglia in un altro modo. Ho pensato ai miei due fratelli ancora viventi, ai quali sono legato profondamente e che condividono con me vita e attività. Ho penato a Maria Cristina che fin dai tempi di Calvari (oltre 15 anni fa) ha condiviso con me il servizio ai poveri e l’aiuto discreto a famiglie e singoli, specialmente bambini abusati. Non telefonai non per scorrettezza, ma forse perché pensavo di risparmiarli, aspettando prima di avere notizie più certe. So che forse ho sbagliato, ma è quello che è avvenuto. Forse però il motivo è più interiore: quel momento era mio, esclusivamente mio, non poteva essere distratto da altre preoccupazioni. Ero certo che loro avrebbero capito. Se dovevo morire volevo essere presente, cosciente e volevo assaporare la mia morte fino alla fine.

            Venerdì 2 dicembre 2011 ero stato alla sera a Pian della Castagna al Centro agro-spirituale del mio carissimo amico Adolfo Biolè e abbiamo parlato della «Morte Bella», anzi dell’Estetica della Morte in letteratura e nella Bibbia. L’antivigilia di Natale, venerdì 23 dicembre 2011, in casa di Laura e Nicola con gruppo di loro amici, nel contesto di un loro incontro abituale, avevamo rifatto la serata ed erano emerse altre immagini e altri sentimenti. Sentivo dentro di me le parole che avevo detto e i testi che avevo letto come parole e testi veri e mi ritrovavo nella realtà della morte come l’avevo descritta e pensata. Ho sperimentato che ho amato la morte senza paura e senza ansia. In quarant’anni di ministero, ho accompagnato a morire moltissime persone e ho visto morti di ogni genere. Ora, zaino in spalla, mentre andavo all’ospedale, avevo chiaro che la possibilità della morte era veramente possibile. Uscendo di casa, e facendo le pesanti scale, ma in discesa, dissi tra me e me che tutto era a posto e tutto mi pareva a posto.

            Arrivato al Pronto Soccorso, non riuscivo a parlare bene, ma appena hanno sentito «dolore al petto e al braccio sinistro», mi hanno sequestrato, spogliato, esaminato e portato in sala operatoria dove sono giunto più veloce dei neutrini della Gelmini. Durante l’intervento per arteria il medico mi spiegava cosa stesse facendo e io interloquivo e scherzavamo insieme, ma ero stanco, molto stanco. Quando il medico stava in silenzio per concentrasi meglio, pregavo con il «Padre nostro» in ebraico e  greco per essere più unito a coloro con cui concelebro l’Eucaristia ogni domenica in San Torpete:  «Avunà di bishmaià - Pàter hēmôn, ho en tôis uranôis». Non so quante volte l’ho ripetuto, ma ogni volta vedevo i volti e i nomi delle persone e allora vedevo che il mio «Amen» scendeva su ciascuno, di cui sono stato fino ad oggi un sincero amico.

            Dopo poco meno di due ore, mi hanno portato in Cardiologia, reparto intensivo di coronaropatia, monitorato in attesa che trascorressero i primi giorni per passare gli ultimi giorni in cardiologia, ormai fuori pericolo. Devo stare molto attento perché devo fare un altro intervento e ora stiamo curando anche il diabete che è molto alto, nonostante 4 insuline al giorno. Sulla degenza in ospedale e sul personale, il clima e il servizio, ho scritto un pezzo per Repubblica (edizione ligure) in pubblicazione domenica 8 gennaio 2012 per cui non mi dilungo.

            Prima di dimettermi il medico curante mi ha raccomandato di tenere in molto conto le sue indicazioni perché corro il rischio possibile di una ricaduta, per cui tutto è limitato: uscite, telefonate, visite, pc, ecc. Devo stare in riposo, molto riposo, risposo assoluto. Devo entrare nella logica che cambia la mia vita, il mio stile di vita se voglio ancora essere in qualche cosa utile. In quanto è accaduto, le due Associazioni non mi hanno creato problemi: una è nelle mani di Ludovica Robotti, la nostra grande bimba che guida e protegge tutti, specialmente la segreteria che lavora con grande scrupolo e generosità; l’altra, i Concerti, è nelle mani sicure e professionali di Tiziana e di mio fratello, Calogero, a cui non sarò mai abbastanza grato per l’opera che svolgono in modo silenzioso per l’intera città di Genova e non solo.

            Questi giorni sono pesanti perché devo vivere una vita completamente inattiva, ma non mi lamento e accetto con consapevolezza ogni vincolo e imposizione medica. Poiché nulla vada perduto, offro tutto a Dio per tutti e tutte, senza alcuna distinzione. Non ho oro o argento, ma tutto quello che mi appartiene è vostro: la vita e la morte, la fede e i miei dubbi, la gioia e la sofferenza che dedico in modo particolare a Tiziana e Marco e al loro bambino Francesco Lele che nascerà a febbraio, contemporaneo al mio 2° intervento; ad una signora che ha scritto una e-mail perché hanno ricoverato in stato grave il figlio, ma io ero in ospedale e, informato, ho portato lei e il figliolo nella mia preghiera profonda. Credenti e non credenti, amici e amiche tutti siete stati e siete sempre nel mio cuore, anche se scassato, ma traboccante di amore. Nessuno è escluso. Quando non sapete darvi una risposta o non sapete cosa scegliere, decidere e fare, sappiate che a Genova c’è un amico prete che prega per voi e con voi o che comunque vive insieme e accanto a voi.


              Paolo Farinella, prete.

…..scrivo con le lacrime agli occhi: sono le ore 18 del 1 gennaio 2012, e ho appena saputo che don Paolo Farinella è fuori pericolo. Che fosse stato ricoverato d’urgenza in chirurgia cardiaca l’avevo saputo ex abrupto stamattina.

Stamattina, a S. Maria, alla Messa di mezzogiorno, è andato all’ambone e ha letto la preghiera dei fedeli  Giampietro Rampini.

Ceramista di grande valore, Giampietro ha avuto la ventura di fare un viaggio in Terrasanta con quel Fernando Armellini dal quale partono i nostri approfondimenti della Parola di Dio e ne è tornato letteralmente ubriaco di Bibbia, non so se sia accaduto sulla via di Damasco o su un viottolo di campagna; certo è che con lui la ricerca de il Gibbo intorno alla parola di Dio, seria al di là di un pizzico di folklore che a Gubbio non manca mai, ha  guadagnato un protagonista forte e inatteso; io sospetto che sia stato Giovanni Battista di persona, tornato apposta tra di noi, a immergerlo nel Giordano, tenendolo sgraziatamente (secondo il suo solito) sotto il pelo dell’acqua fino a fargli scoppiare i polmoni.

Rampini dall’ambone ci ha invitato a preghiamo per don Paolo Farinella,, che …. Un tuffo al cuore.

…OMISSIS…

Ciao, don Paolo. Quando riprenderai il tuo lavoro apostolico non potrà più essere vasto e pesante come quello che hai portato avanti fino adesso. Ma sarà sempre e comunque all’altezza del tuo amore appassionato per Cristo e per la Chiesa. E certamente altri potranno riscaldarsi, magari solo per un attimo, come è successo a noi, alla tua fiamma vivissima.

Can.co A.M. Fanucci

*Stralcio dalla lettera di Don Angelo M. Fanucci dell’8 dicembre 2012.




Pubblichiamo la lettera che Don Angelo M. Fanucci ha inviato a Vito Mancuso.

Caro Mancuso,

permettimi di darti del tu, per la confidenza che ho con le tue opere (soprattutto “Il dolore  innocente”) e anche perché quando tu nascevi io ero già prete.

Recentemente, a Bastia Umbra, Ti ha contattato uno dei nostri soci più impegnati, Giampietro Rampini, grande ceramista, ma forse il senso vero dell’invito a venire Gubbio non avete avuto il tempo di centrarlo.

Io sono il (vecchio, recentemente racconciato da bravi medici)  Presidente della Comunità di Capodarco dell’Umbria e sono interessatissimo al tuo tentativo di ripensare la fede cristiana perché sono impegnato a ripensare la prassi cristiana; non però da una cattedra universitaria (ne ho avuta qualcuna anche io), ma dal cuore di una comunità totale di vita con handicappati (successivamente soprannominati disabili, o addirittura diversabili) che è cominciata nel 1971, e quindi ha virato la boa dei 40 anni.

Sto scrivendo un libro, Non per loro, ma con loro. Da 40 anni, grazie a Dio, vivo e condivido  con loro non il cuore, ma il cesso. Una volta erano tutti disabili fisici e qualche disabile mentale, ora sono tutti disabili mentali e qualche disabile fisico: ma per me, per la mia vita, ha un valore decisivo il quotidiano esercizio a cogliere in essi, intatta, la dignità infinita della persona, al di là dei limiti della personalità.

Ho applaudito anche io, pur se a distanza, al discorso che ha fatto Ermanno Olmi al Festival di Venezia con suo applauditissimo film sula necessità della condivisione. Sto cercando disperatamente il suo indirizzo Ma non so se Olmi abbia mai pulito il culo ad una persona per il solo motivo che non ce la faceva da solo.

Se vieni a Gubbio (quando vuoi, scegli il giorno e  l’ora) faremo questo incontro/dibattito, tu sul  ripensare la fede cristiana, io sul ripensare la prassi cristiana, appellandomi ad un famoso e dimenticato invito a RICOMINCIARE DAGLI ULTIMI che ci rivolsero i Vescovi Italiani nel 1981, con La Chiesa Italiana e le esigenze del paese, un bellissimo documento ben presto travolto dallo tsunami dei frivoli documenti che il Papa e la CEI sfornano in quantità industriali.

Vieni, ti prego.

Don Angelo M. Fanucci

Gubbio 10 ottobre 2011

P.S.  Ti allego il primo capitolo del libro cui accennavo qui sopra.

 




INCIPIT AL LIBRO DI VITO MANCUSO "IO E DIO "
edito da Garzanti.

“Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall’alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese col mistero dell’esistenza.
Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire;
vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo al più presto morire, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci.
Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti.
Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere.
Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame.
Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari.
Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie dei suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse.
Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà.
Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminiamo I pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli.
Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice “va là”.
Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che ne rimangono del tutto indifferenti.
Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo.
Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia.
Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.
Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma che cos’è che è vero? Che è una grazia, o una disgrazia? E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli.
Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo?
Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, a uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è che è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?

“Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.”
Vito Mancuso, Io e Dio

A TUTTI I SOCI DE IL GIBBO
La Lectio Divina avrà luogo ogni giovedì alle ore 18


È il terzo e ultimo cambiamento che apporto all'orario in cui terremo la nostra Lectio Divina.

Abbiamo vagliato 1001 ipotesi, a partire dal punto fermo che bisognava spostare la Lectio Divina dal sabato pomeriggio ad altro giorno, per rendere possibile la partecipazione (come auditori o come relatori) dei Sacerdoti, sia quelli della nostra Unità Pastorale, sia altri, che notoriamente il sabato pomeriggio sono impegnati a fondo con l'insegnamento del Catechismo pe l'iniziazione cristiana.

Nell'ultima comunicazione avevo detto che ci saremmo visti per la lectio il venerdì pomeriggio. Poi una telefonata fatta dalla Cesarina a nome di 5suffragette5, mi ha indotto a ripensarci, ci ho riflettuto , ho deciso, Adesso non sono ammesse rotture di zebedei.

Confesso: la pria preoccupazione è stata quella di non perdere Gabriee: un lectio a S. Maria senza Gabriele, è come uno sposalizio sena lo sposo. La Chiesa di S. Maria (dato e non concesso che una chiesa possa appartenere a qualcuno) appartiene a Gabriele e a Arcangelo molto più che a me. E nei miei confronti anche Giampetro è in via di sorpasso.

Le 18 del giovedì sono un'ora tranquilla. Gli alimentari sono chiusi. Le mamme di famiglia non devono (non possono ) fare la spesa a quell'ora, e di conseguenze le nonne possoo essee solevate dal'incarico di guardare i nepotini (Suggerisco il motto: Chi se l'è fatti una volta tanto se li guarcìda). Inoltre, finita la lectio, c'è un po' di tempo pe parlare di problemi dell'associazione, progetti, impegni.

Per esempio vorremmo restaurare il portone dela Chiesa: giovedì prossimo, alle 18,30 verrà Rafale Burocchi,portanto con sé i progetti aveva preparato s suo tempo.

Insomma, gniffe o gnaffe, GIOVEDÌ ALLE 18.

Don Angelo


Il consueto INCONTRO DI SETTEMBRE (2011) A FONTE AVELLANA per ragioni del tutto imprevedibili è rinviato ad una prossima data da stabilirsi.
La nostra riflessione sarà sempre sul TEMA DEL REGNO (di Dio, dei cieli).






Domenica 21 agosto 2011 alle ore 18 c/o la Bibloteca Sperelliana incontro con MARCO GUZZI.



Dalla lettera di Don Angelo M. Fanucci del 7 agosto 2011.
...la preparazione dell'incontro con Marco Guzzi, della serie "Laici e credenti per un mondo nuovo", previsto per domenica 21 agosto p.v., nell'ambito del Festival Gubbio non borders, ci ha riservato delle sorprese, che potrebbero risultare, piuttosto che piacevoli, estremamente positive.
Inizialmente l'incontro doveva avvenire dopo cena, alle ore 21, nel Refettorio di S. Pietro. Poi però mi è arrivata la richiesta di spostarlo a prima di cena, e io ho detto subito di sì, perché la richiesta veniva dagli amici di Riccardo Monacelli, il ventenne la cui tragica morte ha tanto profondamente turbato la nostra città: amici che lo stimavano moltissimo, gli volevano un gran bene e sono stati traumatizzati dalle modalità assurde di quella sua morte: Erano loro che, nel dopocena del 21 agosto, volevano organizzare un ricordo di Riccardo, alla maniera loro.
Hanno comunicato questa loro intenzione anche ai genitori di Riccardo, in particolare al padre Mario, l'Avv. Monacelli: io l'ho avuto come alunno al Liceo Mazzatinti, ho sempre ammirato la sua intelligenza vivissima, ma non vi nascondo che ho avuto un fremito di commozione quando ho saputo quello che aveva detto a quei ragazzi; lo riferisco come l'ho sentito: Vi sono grato di questa proposta, ma credo anche che non possiate limitarvi a delle canzoni, per quanto belle, o a espressioni di cordoglio, per quanto sacrosante. La maestà della morte ci provoca a qualcosa di più grande e di più profondo. La morte deve essere trasformata in vita, o non ha nessun senso.
Io non c'ero, ma sono certo che a questo punto un groppo alla gola ha troncato le sue parole. E vorrebbe troncare anche le mie, ma io non melo posso permettere Tra il prima di cena e il dopocena di domenica 21 agosto p.v. deve nascere un filo rosso, bisogna che parli Marco Guzzi con il suo messaggio di ottimismo sullo sfondo di un mondo nel quale tutto sta crollando, bisogna che parlino i ragazzi di come intendono trasformare la morte di Riccardo in vita per tutti.
Se i giovani faranno qualche proposta, noi ci metteremo a loro completa disposizione.
Può essere davvero un'ottima occasione per ….?



Don Andrea GalloTra i libri che, nell'ultimo incontro de IL GIBBO con lui, dom Barbàn ci ha consigliato il lunedì di Pasqua, c'era "Dalla fine all'inizio" di Marco Guzzi.
Ce ne siamo ricordati quando don Andrea Gallo, che doveva venire a Gubbio alla fine del giugno scorso e non è venuto perché io ero all’ospedale, ci ha fatto sapere che non può venire nemmeno nella seconda metà di agosto, quando volevamo collaborare con il Festival ormai decennale, GUBBIO NO BORDERS. .

E così abbiamo ripiegato su Marco Guzzi. Ma non è stato un ripiegamento, perché Marco Guzzi è un autore che merita davvero di essere conosciuto.

Dalla Lettera di Don Angelo del 17 luglio 2011.


     MARCO GUZZI sarà con noi, nel Refettorio di S. Pietro, il 21 agosto p.v.

 










Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

 

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

 

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

 

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

 

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

 

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

 

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

 

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.



Caro don Angelo, 

ho letto la tua bella lettera di Pasqua e mi ha consolato la notizia che almeno qualcuno in questa Chiesa abbia pensato di leggere l'uccisione di Arrigoni alla luce della Passione del Cristo. Sono rimasto turbato dal silenzio che in proposito ho dovuto constatare in tutte le omelie che ho ascoltato in questo periodo, segno evidente di quanto distaccata sia ormai per i più la parola della Scrittura dall'attualità in cui viviamo; tante prediche, la maggior parte, sono divenute per me insopportabili, in quella loro vaghezza clericale e buonista capace solo di fare - nella migliore delle ipotesi - una parafrasi più o meno fedele o un semplice riassunto di quanto le letture della liturgia di quel giorno hanno proposto alla riflessione dei cristiani; omelie tutte proiettate in un orizzonte ormai a-storico, ancorate a un linguaggio di 20 secoli fa, mentre io avrei bisogno di una riflessione fra cristiani - non solo di una predica dall'alto di un altare - con il Vangelo in una mano e il giornale quotidiano nell'altra.

 Il Papa lamenta che l'Europa non sembra più interessarsi al Cristianesimo, e legge correttamente la realtà, ma occorre che tutti, in anni di così veloci e drammatici cambiamenti, facciamo una onesta riflessione sul perché questo avviene; oggi, nel messaggio pasquale, ha fatto riferimento ai drammi incorso nel mondo, sia pure in termini necessariamente generici. Ma nelle nostre chiese locali, a cominciare da quella di Roma, avviene una traduzione della Parola applicata a questi eventi, sia a quelli geograficamente più lontani sia a quelli del nostro vivere quotidiano che ci toccano nelle scelte personali, anche "politiche"? certo, si possono citare casi esemplari di impegno e qua e là si leva in Italia qualche voce molto critica, giusta e di tono "profetico" ma talora quasi ossessiva e debordante nei toni, che rischia di creare alibi anziché operare come fermento di cambiamento nei clichès mentali dei nostri pastori e dei cristiani cosidetti "adulti" che a ben vedere tali non sono, altrimenti non ci spiegheremmo tante scelte "politiche" così antitetiche rispetto alle premesse dichiarate comuni e alcune totalmente antievangeliche.

 Io mi attendo un'educazione del popolo di Dio concreta e chiara da parte della Chiesa, libera da compromessi, comprensiva delle umane debolezze ed esigenze, consapevole dei progressi della scienza e della relatività delle sue acquisizioni passate ma nello stesso tempo decisamente orientata alla coerenza evangelica; mi attendo una pastorale che metta sempre in primo piano l'attenzione per l'uomo concreto e tragga esempi da chi, anche se non dichiaratosi a parole cristiano, operi in questa direzione; il caso della uccisione di Arrigoni, da cui hai e ho preso le mosse, è esemplare.

Alcuni anni fa, in una parrocchia che allora frequentavo, si tentò con ostinazione di coinvolgere i fedeli presenti all'eucarestia domenicale in una riflessione comune  e aperta; erano gli anni in cui si viveva la tensione del Concilio. Poi la resistenza mentale ormai presente nel dna di tanti cristiani educati per generazioni alla passività ha avuto la meglio; oggi, se torno in quella o in altre parrocchie, trovo i lunghi canti cari ai movimenti spiritualistici, magari entro certi limiti (di tempo!) anche belli, e diffuse esortazioni di natura intimistica, ma mi manca del tutto l'impatto del Vangelo con gli avvenimenti che ho appena letto sui quotidiani o ascoltato nei pochi programmi televisivi che cercano di mantenere una vigile attenzione critica sugli eventi.

Io penso, caro don Angelo, che, come tu stai facendo, occorra ricordare ai nostri Vescovi, almeno a quelli che sono in grado di cogliere l'urgenza dei tempi (e per fortuna ce ne sono!), l'urgenza di impostare la pastorale nella direzione di una incisività del Vangelo nella vita quotidiana concreta, assumendo fino in fondo gli interrogativi che il mondo contemporaneo ci pone, anche attraverso la voce dei non credenti, a costo di dover dire con chiarezza "sì, sì" e "no, no", come ha chiesto Gesù. So che non sarà facile. Ma per questo occorrerà un moto di risveglio, anche intellettuale, nella Chiesa del XXI secolo; per questo dobbiamo preparare un nuovo Concilio ecumenico.

 

Ti abbraccio, tuo Gianfranco Maddoli

 

A TUTTI GLI AMICI DE IL GIBBO

Carissimi,

Il Lunedì di Pasqua come "tradizione"
ci siamo ritrovati a Fonte Avellana con
Dom Alessandro Barban.




Carissimi gibbosi,
siccome alcuni di voi ieri alla lectio mi chiedevano informazioni sui commenti in video-audio al vangelo della domenica da parte di padre Fernando Armellini, spero di essere informaticamente bravo a fornirvi il link di collegamento al sito della Chiesa Cattolica Qumran2 dove lo si può vedere ed ascoltare.
Eccolo:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?codiceautore=911&ordina=data&criteri=1

Lì potrete trovare anche tutto l'archivio a partire dalla prima Domenica d'Avvento.

Sono dell'avviso che la disarmante semplicità e scientificità con cui si esprime e spiega i testi sacri sono un segno dello Spirito che vuole raggiungere tutti.

Un'abbraccio e buona Domenica.

Giampietro

 




Carissimo don Angelo,

mi è sfuggito il festeggiamento per i suoi 50 anni; l'affetto è immutato, ma la distanza fa la sua parte.

A Gubbio vengo la domenica e a volte durante la settimana, ma per occuparmi di mio padre; credo sia giusto così.

Federico mi è di grande aiuto, non solo in questo, e gliene sono grata.

Ora ho saputo da Rita Pascolini che il 7 sarà a Perugia, ma purtroppo in quei giorni andrò in Germania a trovare Marco.

Noi, come Libertà e Giustizia, avremo un incontro il 15 aprile con Goffredo Fofi e le scuole che hanno partecipato ad un progetto sulla Costituzione.

Mi sono dedicata a questo lavoro perchè in fondo  occuparmi dei  ragazzi è l'unica cosa che so fare almeno un po'. Perchè non viene anche lei?

Grazie per le lettere settimanali, grazie per tutto quello che fa.

Ce ne è bisogno, l'oceano ha bisogno di gocce, e lei è un fiume in piena. Un abbraccio affettuoso e un augurio di cuore.

Rosi Sollevanti





Il 18 marzo 1961,

nella Chiesa parrocchiale di Scheggia,

S.E. Mons. Beniamino Ubaldi

mi ordinò sacerdote.



 


Signore,

il tempo che mi rimane da vivere vorrei spenderlo, dal cuore della mia Comunità, in obbedienza al mio Vescovo, in gioiosa sinergia con il Presbiterio al cui interno mi onoro di vivere, per la nostra Chiesa di Gubbio, perché diventi, sempre più, quello che auspica per Lei la Preghiera Eucaristica conciliare.

Fortifica nell'unità tutti i convocati alla tua mensa: insieme con il nostro Papa Benedetto XVI, il nostro Vescovo Mario, i presbiteri, i diaconi e tutto il popolo cristiano. Possano irradiare nel mondo gioia e fiducia e camminare nella fede e nella speranza.

Tutti i membri della Chiesa sappiano riconoscere i segni dei tempi e si impegnino con coerenza al servizio del Vangelo. Rendici aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo sul nostro cammino, perché possiamo condividerne i dolori e le angosce, le gioie e le speranze, e progredire insieme sulla via della salvezza.

Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi: fa' che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo.

Fa' che la Chiesa eugubina si rinnovi nella luce del Vangelo. Rafforza il vincolo dell'unità fra i laici e i presbiteri, fra i presbiteri e il nostro Vescovo Mario, fra i Vescovi e il nostro Papa Benedetto XVI: in un mondo lacerato da discordie la tua Chiesa risplenda segno profetico di unità e di pace.

Don Angelo

CONTATORE