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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana.

L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, Gli dice, avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.

Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto

Perche' dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

 

LEGGI TUTTO


F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I








XXV^ Domenica del T.O. anno A            20.09.2020

Sabato 19 settembre Lectio divina ore15,30, se S.Maria è aperta.


Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.

Prima lettura

(Is 55,6-9)

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

invocatelo, mentre è vicino.

L’empio abbandoni la sua via

e l’uomo iniquo i suoi pensieri;

ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Seconda lettura

(Fil 1, 20c -24.27a)

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.

Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.

Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Vangelo

(Mt 20, 1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna!”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dài loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo!”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene! Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E


PREGHIERA PER IMPETRARE FRUTTI DALLA LECTIO DIVINA

Signore Gesii, venuto a cercare e a salvare chi era perduto: abbi pieta di noi.

 Signore pieta!

Cristo Signore, ti sei seduto alla tavola dei peccatori: abbi pieta di noi.

Cristo pietà!.

Signore Gesù, in te abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati: abbi pieta di noi.

 Signore pieta!

 

IL COMMENTO DI RAVASI

(Da Secondo le scritture II, anno A, 261 - 263)

Anche se appannata in questi ultimi anni da certe spinte corporative e dal trionfo di un capitalismo selvaggio spesso arrogante, la sensibilità sociale nei confronti dei diritti del lavoratore è una delle grandi conquiste del nostro secolo.

Ed è nello spirito

della più genuina religiosità profetica,

della morale neotestamentaria.

Basterebbe solo rileg­gere l'ardente protesta di Giacomo: «Ecco, ricchi, il sala­rio da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti» (5, 4).

SONCERTO: la para­bola che Matteo ci propone oggi non solo è

·        contro ogni logica economica (perché dare l'intera giornata di paga a chi ha fatto una sola ora di lavoro?)

·        contro una cor­retta gestione delle relazioni sindacali.

l'unico campo nel quale si applica potrebbero essere certi servizi malamente offerti dagli addetti solo in poche ore della giornata, mentre nelle altre ore “il dottore” è fuori ufficio ...

NATURALMENTE Gesù

·        non può avallare comportamenti immorali,

·        non può giustificare uno stato corrotto e sprecone,

·        non può scardinare i rapporti di giustizia che intercorrono nell'am­bito del  lavoro.

Allora qual è il valore dell'esempio paradossale proposto da Gesù?

La RISPOSTA a questa domanda era implicitamente già contenuta nella parabola che la liturgia ci ha proposto la scorsa domenica, quella che opponeva il condono di un debito astronomico da parte di un sovrano alla meschinità del debitore che esigeva da un collega l'ap­plicazione rigida della giustizia con la restituzione di un debi­to modestissimo; anche nella parabola degli operai dell'ul­tima ora il significato non emerge dalla logica retributiva nei confronti delle prestazioni ma dall'ASSOLUTA LIBERALITÀ E GENEROSITÀ DEL PROTAGONISTA, il padrone del campo.

Non dobbiamo, perciò, leggere la narrazione secondo para­metri sociali perché ci farebbero schierare subito dalla parte dei lavoratori della prima ora i quali avanzano le giuste esigenze che scaturiscono dall'anzianità di servizio e dalla quantità e qualità della prestazione offerta. Sarebbe per noi altrettanto facile accusare ii padrone di paternalismo o per lo meno di gestione simile a quella di certi enti di stato e dei van «carrozzoni» pubblici.

Il racconto ha, invece, una finalità teologica, pur prendendo lo spunto da una vicenda di tipo sindacale o amministrativo. Ed allora il senso glo­bale diventa profondamente diverso e si appunta proprio sul gesto generoso del padrone. Dobbiamo, perciò, cercare di intravedere in filigrana ai due volti, quello del proprie­tario e quello dei primi operai, altre fisionomie a cui Gesù ci vuole rimandare.

È molto probabile che Cristo nei braccianti protestatari abbia  voluto far balenare i tratti dei farisei e del giudai­smo più rigido ed osservante. Per costoro la religione è simile ad un rigoroso rapporto economico da regolare secon­do criteri di giustizia: attraverso la fatica quotidiana del­l'osservanza della legge l'uomo «guadagna» la vita eterna. La salvezza divina è «dovuta» come ricompensa alle opere umane. Per questo e ai loro occhi è assolutamente insensato che una conversione possa cancellare con un colpo di spu­gna il passato e possa offrire la stessa salvezza a un pecca­tore che ha «lavorato» nell'obbedienza alla legge solo per un arco di tempo limitato. Facile è immaginare dove cade la loro recriminazione: Gesù accoglie e dichiara salvi pub­blicani, prostitute e peccatori, dopo che essi hanno consu­mato buona parte della giornata della vita nell'ozio, nel vizio, nel male.

Loro portavoce potrebbe essere il primogenito della parabola del figlio prodigo: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tomato, per lui hai ammazzato il vitello gras­so» (Lc 15,29-30).

Come in quella parabola, cosi anche nella nostra l'atten­zione si concentra, allora, sul padre-signore. Nei suoi linea­menti Gesù vede il volto del Padre-Signore, cioè di Dio, il cui amore e superiore alla giustizia, per il quale conta mol­to di più che il figlio sia ritornato e che l'uomo sia ritornato a compiere il bene, anche per una sola ora. Gli importa di più del calcolo preciso dei meriti, delle ricompense, del dovuto.

ANCHE perché ciò che egli offre e molto di più di quanto l'uomo meriti con le sue opere: è, infatti, il dono della comunione divina, è il divenire figli di Dio, è l'essere sempre con lui, oltre il limite della creatura e oltre la mor­te.

La parabola, allora, è un canto alla grazia e all'infini­to amore di Dio.

Il COMMENTO DI BOSE

(da Eucarestia e parola, Anno A, 267 - 270)

La dichiarazione divina trasmessa dal profeta ( I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie, Is 55,8) trova una esposizione narrativa nella parabola evangelica secondo la quale gli operai che hanno lavorato un'ora sola nella vigna del padrone ri­cevono una paga identica a quella di coloro che hanno lavorato tutto II giorno. Nello scandalo patito dagli operai della prima ora vi è tutta la distanza tra il pensare e l'agire di Dio e il pensare e l'agire degli uomini.

Questa distanza non dice il capriccio di Dio o il suo arbitrio, ma la sua misericordia. Ciò che gli operai della prima ora contestano al padrone é infatti di aver dato la stessa ricompensa agli ultimi arri­vati come a loro che avevano patito il peso dell'intero giorno di la­voro. Letteralmente essi dicono: Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai fatti uguali a noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo. (Mt 20,12). Il fare agli ultimi come ai primi ab­batte le discriminazioni e i privilegi. Il Dio biblico, infatti, e il Dio della grazia.

Esprime bene questo primato della misericordia e della gra­zia sulle logiche giuridiche un brano della Catechesi sulla santa Pasqua dello Pseudo-Giovanni Crisostomo: Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la ter­za, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi e giunto soltanto all'undicesima, non tema per il suo ri­tardo. Il Signore e generoso, accoglie l’ultimo come il primo, ac­corda il riposo a chi è giunto all'undicesima ora come a chi ha la­vorato dalla prima.

MA LA QUESTIONE VERAMENTE DECISIVA CHE IL VANGELO DI OGGI CI PONE È UN’ALTRA: il nostro rapporto con Dio noi lo impostiamo come una RELAZIONE o come una PRESTAZIONE? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarla e a confrontarlo con il servizio de­gli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c'è la re­lazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro «giogo soave e leggero» (cfr. Mt 11,30) è la bontà del Signore verso tutti motivo di ringraziamento, non di contestazione.

La distanza tra pensieri di Dio e pensieri umani e importante da salvaguardare perché impedisce l’operazione perversa di identificare i propri pensieri umani con quelli di Dio. Questa affermazione contesta la presunzione religiosa che proietta in Dio le proprie azioni e i propri pensieri e identifica le proprie parole su Dio con Dio e la propria vo­lontà con quella di Dio. L'istanza espressa dal profeta é un invito al­l’umiltà del pensiero, in particolare del pensiero teologico, del pen­siero che osa “pensare Dio".

L’INVIDIA. Gli operai della prima ora sono smascherati come invidiosi.

E l’in­vidia è definita come avere l'occhio cattivo,, (Mt 20,15). L'etimologia e illuminante: in-videre significa «non vedere,,, «vedere contro», ed esprime lo sguardo torvo di chi si chiede: “perché lui si e io no?”; perché a lui come a me che meritavo di più?”

L'invidia ci acceca. Se essa è l'insofferenza verso i propri limiti che ci impediscono di raggiunge­re quello status che vediamo realizzato in altri da noi, essa chiede di essere corretta imparando a desiderare il possibile

Nell'invidia non solo non si vede più il Dio misericordioso, ma non si vedono neppure più i fratelli: si entra in una rapporto giuri­dico padrone-servi, e si esce dalla solidarietà con gli altri operai, gli altri uomini.

Male della vita comunitaria ed ecclesiale e la mormorazione (cfr. Mt 20,11). Mormorando, gli operai della prima ora affermano che il padrone non aveva il diritto di comportarsi come si é comportato. La mormorazione non è una parola personale chiara che esprime un dissenso leale, ma un movimento sotterraneo che aggrega diverse per­sone che si fanno forza vicendevolmente con il loro malumore per poi esprimersi in accuse e lamentele. La sua logica è la complicità, non la responsabilità.

LETTTURA SPIRITUALE

II tuo occhio è malvagio, perché io sono buono?

La vigna sono i precetti e i comandi di Dio, il tempo della fatica, la vita presente; gli operai quelli che in modo diverso, sono chiamati compiere i precetti; quelli venuti al mattino, all'ora terza, alla sesta, alla nona e all'undicesima, ora sono quelli che sono giunti alla fede in età diverse e si sono fatti onore. Ma ciò che ê da indagare è se i primi, che si sono splendidamente distinti e sono stati graditi a Dio e che per tutto il giorno hanno brillato per le loro fatiche, si lascia­no dominare da quel male estremo della malvagità che è dato dal­l'invidia e dalla gelosia. Vedendo infatti che quelli avevano usufruito della stessa ricompensa, dicono: «Questi ultimi hanno lavorato un’o­ra soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo. (Mt 20,12). E sebbene non ricevessero al­cun danno e il loro compenso non fosse diminuito, si dispiacevano e si irritavano per i beni altrui, cosa che è propria dell'invidia e della gelosia. E il fatto più importante è che il padrone, che aveva preso le difese di quelli e si era giustificato dinanzi a chi aveva parlato in questi termini, lo condanna per la sua malvagità e la sua estrema invidia, dicendo: ,<Non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi ii tuo e vattene! Io voglio dare anche a quest'ultimo come a te. Forse il tuo occhio è malvagio perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Che cosa si ricava da queste parole? Quella stessa cosa che possiamo vedere anche in altre parabole. Infatti il figlio stimato per la sua buona condotta viene presentato con gli stessi sentimenti quan­do vede che il fratello dissoluto riceve molti più onori di lui (cfr. Lc 15,28). Come quelli godettero di un bene maggiore ricevendo la ricompensa per primi, cosi anche quello veniva onorato di più per l'abbondanza dei doni e lo testimonia il figlio dalla buona condotta.

GI0VANNI CRISOSTOMO, Commento al Vangelo di Matteo. Om. 64,3, PG 58, 612-613

 

 




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