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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) E' diventato possibile pensare alla felicità   umana.


L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici?

Tu eri stato avvertito, "Gli dice, " avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.


Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto.


Perche'¨ dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I


XXXIII domenica del t.o.            17.11.2019

Gubbio Chiesa S. Maria dei Servi – Sabato 16 novembre 2019

Lectio Divina Santa Maria dei Servi ore15,30


Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita

Prima lettura

(Ml 3,19-20)

Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno.

Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia

saranno come paglia;

quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti –

fino a non lasciar loro né radice né germoglio.

Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.

Seconda lettura

(2Ts 3,7-12)

Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.

Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.

Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.

Vangelo

(Lc 21, 5-19)

in quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RONCHI MARCOLINI

(Da Le ragioni della speranza, anno C, 297 - 301)

Siamo a Vicenza, in segno di solidarietà con questa città e con le altre località del Veneto vittime dell'alluvione. Ci troviamo nella sede della Caritas Diocesana, alla ricerca di segni di speranza. Solo una settimana fa que­sta sede era invasa dall'acqua e adesso è stata ripulita dal fango con l'aiuto di molte persone.

Don Giovanni, direttore di questo ufficio così vitale, ci spiega alcuni dei principali servi­zi forniti: «Come Caritas Diocesana promuo­viamo alcuni "servizi segno": si segnalano i bi­sogni di cui veniamo a conoscenza, ma, senza la pretesa di sostituirci alle istituzioni pubbli­che. Altri servizi vanno dal dialogo di coppia all'ambito di chi soffre disagio mentale, il lutto e l'esperienza del limite, il suicidio; altri inter­venti sono relativi al microcredito, al fondo di solidarietà straordinario per chi ha perso il la­voro, per chi esce dal carcere, per le persone senza fissa dimora, per le tante vittime della prostituzione coatta sulle strade: sono tutti servizi che tendono ad aprire sentieri di spe­ranza e di futuro ».

VANGELO

 « Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra». Non c'è nessuna città che sia eterna. Ma l'uomo sì, è eterno. Ogni uomo. Non resterà pietra su pietra, ma l'uomo resterà, frammento su frammento.
Questo Vangelo ci fa camminare sul crinale stretto, sulla lama sottile della storia: da un lato il versante oscuro della violenza che distrugge, guerre, terremoti, alluvioni; dall'altro il versante pacificato, confortato da un'immagine minima e fortissima: «Neppure un capello del vostro capo andrà perduto».

Il crinale della violenza che distrugge, il ver­sante della tenerezza che salva. E noi a cammi­nare nel mondo mantenendo chiaro il confine.

« Quando avverrà tutto questo? », doman­dano i discepoli. Gesù non risponde al quando, ma indica come camminare: con perseveranza e come testimoni d'altro.

Perché il quando è adesso. Adesso il mon­do è fragile; fragile la civiltà e la convivenza tra gli uomini; fragile l'amore. Ogni giorno c'è un mondo che muore, ogni giorno un mondo nuo­vo che nasce: con lacerazioni e con germogli.

Il cristiano non evade, non si toglie, sta in mez­zo al mondo e se ne prende cura. Sta vicino alle croci, non se capita, non per caso, non occasional­mente, ma con perseveranza, come suo progetto.

Il primo aspetto del versante oscuro della storia è l'inganno: «Badate di non lasciarvi in­gannare. Molti verranno sotto il mio nome di­cendo: "Sono io"». Si possono usare le parole di Dio per ingannare i figli di Dio. Ed è la paura che mi prende prima di predicare il Vangelo: forse interpreto male le parole, forse sto ingannando.

Ma c'è la soluzione: tornare sempre alle azio­ni di Gesù, osservare come si comportava, per­ché solo la sua vita interpreta bene le sue paroLe, nessuna intelligenza d'uomo ne è in grado. E
se anche venisse un angelo ad annunciare cose, diverse, non gli si deve credere (cfr. Gai 1,8).

«Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate». Il secondo fatto tragico è la violenza. La tentazione di fare la storia facendo la guerra. Con la guerra tutto è perduto. Ed è il peccato di Caino, il frutto avvelenato della fame di potere. La violenza manda sempre segnali di morte intorno a sé.

E poi, come terzo, terremoti, carestie, pesti­lenze: è la fragilità delle creature, ma anche la nostra responsabilità per non aver saputo ama­re e custodire l'ambiente intorno a noi. E ciò che capitava ai tempi di Luca e dei profeti, ciò che succederà ancora domani.

« Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto ». Al di là di guerre, di odio e cataclismi, oltre la stessa morte, viene un Dio esperto d'amore. Per il quale nulla è insignifi­cante di ciò che appartiene all'amato: «Perfino i capelli dei vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura» (Mt 10,30).

Sentire l'infinita cura di Dio per l'infinita-mente piccolo. Una sola mia fibra interessa al mio Signore. Che cosa c'è di più attento e amo­roso di un Dio che si perde a contarti i capelli in capo!

A Dio sta a cuore tutto l'uomo nella sua in­terezza, egli ama come innamorato ogni fibra dell'amato, uno solo dei miei capelli e tutto il mio mistero.

Un'ultima sottolineatura a proposito della per­secuzione, parola che non sappiamo più che cosa significhi. Tempo fa ho potuto visitare i grandi monasteri copti nel deserto d'Egitto, dove è nato il monachesimo, circondati da alte mura del colore della sabbia, protetti dalla po­lizia, per timore di attacchi. A un monaco ho chiesto: « Ma non avete paura?». Mi ha rispo­sto: «Sì, abbiamo paura, ma che cosa sarebbe il cristianesimo senza la croce?».

Dio non ti protegge dalla croce, ma nella cro­ce. La incontri, la attraversi e sai che neppure un capello andrà perduto.

Invoco il fior di luce,

la grazia del mattino

quando si scioglie il sonno come un grumo di sangue scuro: amor di vita torna

a splendere sugli alberi e sul limo.

Erbe tra le macerie

del mondo che riplasma le sue forme, cedo all'antica brama di fiorire

per sempre sopra l'eterno morire.

(Adriano Grande)

 

IL COMMENTO DI RAVASI

 (da Secondo le scritture, anno C, II, 335 -338)

L'anno liturgico sta avvicinandosi alla sua conclusione e il suo scorcio viene popolato di simboli che hanno la funzione di esaltare l'attesa non tanto della fine quanto piuttosto di un nuovo inizio. Anche se nel '900 alcuni teologi protestan­ti hanno pensato che Gesù fosse pervaso da un'ansia apoca­littica e fosse proteso verso una fine della storia, in realtà i Vangeli sono segnati soprattutto dalla proposta dell'inaugu­razione di un Regno divino che redima la storia. Anzi, il brano evangelico odierno ha proprio lo scopo di neutralizza­re tutte quelle eccitazioni apocalittiche che serpeggiavano tra i primi cristiani e che ora sono appannaggio di certi gruppi religiosi spiritualistici e frenetici, soprattutto di ma­trice americana.

Gesù, infatti, ammonisce i suoi discepoli a non lasciarsi sedurre da queste sirene tempestose, da tutte queste pseu­do-profezie, da ogni fanatismo, magari proclamato nel suo stesso nome: «Guardatevi di non lasciarvi ingannare... Non sarà subito la fine... ». Anzi, nella cornice delle parole di Ge­sù si vede chiaramente quale sia il contesto entro cui si tro­vava la chiesa di Luca mentre riascoltava il messaggio del Cristo. Il tempio, gli splendidi marmi voluti dal costruttore Erode il Grande, i «doni votivi che lo adornavano» ormai sono crollati a terra, sotto la pressione violenta dell'esercito di Tito: «Di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». Era stato il 16 agosto del­l'anno 70: in quel giorno le armate romane avevano espu­gnato il tempio e per tutto l'Israele di Palestina o disperso nel mondo s'era ripetuto l'orrore vissuto quasi sei secoli pri­ma, nel 586 a.C., allorché il tempio eretto da Salomone era stato raso al suolo dal babilonese Nabucodonosor.

Di fronte a quella tragedia era facile lasciarsi tentare da idee drammatiche: «guerre e rivoluzioni» facevano ipotizzare che «il tempo era prossimo», cioè che la frontiera ultima dei giorni dell'uomo fosse ormai in vista. Contro questa vi­sione Gesù aveva già reagito proclamando il Regno di Dio e ora Luca riprende e attualizza per i cristiani questo insegna­mento. È ciò che ora vogliamo fare anche noi. Due sono gli aspetti da considerare. Il primo è, certo, proteso alla ricerca della meta della nostra vicenda. Lo stesso Luca non esclude che ci sia un «poi» e che ci sarà una «fine». Era questa an­che l'attesa dei profeti e dei giusti dell'Antico Testamento. Ma, come ci ricorda il testo di Malachia offerto oggi come prima lettura, non si tratterà di una specie di olocausto nu­cleare, di esplosione distruttrice e catastrofica, bensì di un giudizio e di una salvezza.

Da un lato, afferma il profeta, í superbi e gli ingiusti ver­ranno radicalmente eliminati come si fa con la paglia; dal­l'altro, invece, per i «cultori del nome del Signore sorgerà il sole di giustizia». Come è evidente, è l'inaugurazione di una nuova era di luce che non cancella il presente: tutte le opere di fede e di afflore che noi ora compiamo sono destinate a quel Regno e a quella pienezza di vita. È per questo, come spesso si dice, che la Bibbia non ci spiega la fine del mondo e della storia ma il fine del mondo e della storia. Il suo non è un oroscopo magico, come vorrebbero talora i Testimoni di Geova; i suoi simboli apocalittici sono, invece, orientati a il­lustrare i veri valori che permangono oltre il fluire del tem­po e íl suo spegnersi.

A questo punto possiamo comprendere l'altro aspetto della predicazione Gesù. Egli viene in mezzo a noi per af­fermare che quel "fine" dev'essere costruito ovviamente già qui e ora. Non sarà uno stacco improvviso o un aerolito piombato dal cielo: il Regno di Dio comincia già al presente, è presente in mezzo a noi, anzi è dentro di noi. Ecco allora quel ritratto molto particolareggiato delle prove che i giusti devono vivere.

L'esistenza terrena per i veri cristiani è testimonianza e quindi significa persecuzioni, tradimenti, odio, sofferenza. La lista che Gesù traccia è certamente rimodellata da Luca sulla base dell'esperienza vissuta dalla Chiesa delle origini che viveva tensioni col giudaismo da cui proveniva («sina­goghe»), col potere romano («re e governatori»), all'interno delle stesse famiglie e parentele («genitori, fratelli, parenti e amici»).

Le virtù del tempo della Chiesa, in attesa della pienezza del Regno, sono tre. Innanzitutto la «testimonianza» serena e coraggiosa. Nonostante il muro di odio che si leva attorno, nonostante la solitudine e l'isolamento, il cristiano fedele sa di non essere mai solo: «io vi darò lingua e sapienza». È il Cristo che è con noi «sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). La seconda virtù è la «perseveranza» che, come ricorda Ge­sù, «salverà le nostre anime ». La tentazione del cedimento è forte, il desiderio di rientrare nella massa adattandosi all'o­pinione dominante è spontaneo, la debolezza della volontà è sempre in agguato. Ma c'è sempre una certezza: in ogni pro­va «nemmeno un capello del vostro capo perirà». L'immagi­ne, anche se fisica, ha un valore simbolico, essendo il corpo rappresentazione della persona: noi saremo sempre sotto la protezione di Dio che non abbandona al male il suo fedele.

Infine, ecco la terza virtù: ce la suggerisce Paolo scrivendo ai cristiani della città greca di Tessalonica nel passo che oggi funge da seconda lettura. È l'impegno quotidiano nel proprio lavoro. L'Apostolo a più riprese invita a «mangiare il proprio pane lavorando in pace», senza lasciarsi tentare da fanatismi disordinati, da agitazioni continue e falsi spiritualismi. Testi­moniare, perseverare, lavorare sono in un certo senso varia­zioni delle tre grandi virtù: credere, sperare, amare. Sono queste le tre stelle che devono illuminare il nostro cammino mentre raggiungiamo il fine della nostra vita.

 




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