HOME

CHI SIAMO

LECTIO DIVINA

INIZIATIVE

LINKS

NEWS/VARIE

LEGGI COMMENTI / LASCIA UN COMMENTO


David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana.

L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, Gli dice, avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.

Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto

Perche' dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

 

LEGGI TUTTO


F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I




TUTTI I SANTI           01.11.2020

Sabato 31 ottobre Lectio divina ore15,30, se S.Maria è aperta.


Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Prima lettura

(Ap 7,2-4.9-14)

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».

E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.

Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».

E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».

Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Seconda lettura

(1Gv 3, 1-3)

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Vangelo

(Mt 5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E


PREGHIERA PER IMPETRARE UNA BUONA LECTIO DIVINA

Signore Gesù, tu proclami beati i poveri

e noi desideriamo le ricchezze di questa mondo: abbi pieta di noi. – Signore pietà!

Cristo Signore, tu proclami beati i miti e gli umili

ma noi siamo prepotenti e arroganti: abbi pieta di noi. - Cristo pietà!

Signore Gesù, tu proclami beati gli operatori di pace

ma noi giustifichiamo le guerre e i conflitti: abbi pieta di noi. - Signore pietà!

 

IL COMMENTO DI RAVASI

(Da Secondo le scritture II, anno A, 362 - 365)

«Beati i poveri in spirito, perché di essi e il regno dei cieli!». E noto che questa proclamazione è quasi la sintesi di tutta la celebre sequenza delle Beatitudini, il testo che fa da portale d'ingresso al Discorso della Montagna, e che, nella liturgia odierna, indica

·                   la fisiono­mia spirituale che accomuna tutti i santi,

·                   il profilo ideale di ogni cristiano.

 

Fermiamo, allora, la nostra attenzione proprio su questo ritratto, quello del «POVERO IN SPIRITO», come specifica Matteo ( diversamente da Luca che ha un semplice “Beati voi. poveri!”:Lc 6. 20). Per compren­dere I' anima profonda della povertà evangelica dobbiamo ricorrere alla MATRICE BIBLICA a cui anche Gesù rimanda.

La incontriamo un termine ebraico famoso `ANAWIM.

Il suo significato originario rimanda forse al «curvarsi» del servo verso il suo signore o del debole che non riesce ad ergersi. Era soprattutto il vocabolo che rappresentava nell'Antico Testamento i poveri, coloro che socialmente sono «curvi» sotto il peso dell'oppressione, della miseria, del disprezzo.

Ma subito dopo la Bibbia fa balenare sotto questo profilo sociale un'immagine ulteriore di taglio religioso. La defini­sce molto bene uno dei massimi studiosi delle Beatitudini, il benedettino belga Jacques Dupont che a quel testo evan­gelico ha dedicato un poderoso studio (ed. Paoline) «Gli anawìm non sembrano più semplicemente persone indifese, inca­paci di resistere alla violenza, e quindi oppresse, vittime dei potenti, ma piuttosto persone discrete, umili, sottomesse, miti, la cui umile dolcezza si trasforma spontaneamente in atteggiamento di sottomissione fiduciosa verso Dio».

Si comprende, allora, Il valore di quell'aggiunta mattea­na «in spirito». Essa, lungi dal ridurre la povertà evangeli­ca ad un semplice e comodo atteggiamento di distacco inte­riore pur possedendo beni e ricchezze, è invece la puntua­lizzazione del vero «povero del Signore». Egli non è solo una persona che rifiuta possesso, sfarzo, potenza acconten­tandosi del quotidiano («Non affannatevi per il domani...») ma è anche una persona che è positivamente aperta a Dio e ai fratelli, pronta a fondare la sua fiducia non sugli idoli morti dell'oro e delle cose o sul proprio successo orgoglio­so ma solo sull'amore e sul suo unico Signore.

In questo senso la povertà biblica richiede una dimensione ulteriore rispetto a quella meramente sociale. Si può, infatti, essere poverissimi ed egoisti, avvinghiati magari all'unico euro che si possiede.

In questo senso la povertà evangelica ricalca e ricopre pie­namente il concetto di «cristiano» e di «santo».

Povero = cristiano. Povero = santo.

Non per nulla poche righe dopo, sempre nel Discorso della Montagna. si legge questa frase: “Nessuno può servire a due padroni, o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprez­zerà l'altro; non potete servire a Dio e a mammona” (Mt 6, 24). II Regno dei cieli è dei poveri e «difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli» (Mt 19, 23). Una lezione netta, senza compromessi, che Gesù ripete in mille forme e che nello stesso Discorso della Montagna riceve un'altra lapidaria formulazione: «Non accumulatevi tesori sulla ter­ra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassi­nano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassi­nano e non rubano. Perché la dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (6, 19-21).

Sul «povero in spirito», cioè sul vero cristiano, sul giu­sto, sul santo, si stende il manto protettivo di Dio. Nel­l'Antico Testamento si usava dire che l'avvocato difensore dei poveri - che non possono certo permettersi i collegi di difesa e gli appoggi dei ricchi - era il Signore stesso, «padre degli orfani e difensore delle vedove» (Sal 68, 6). E per que­sto che ogni offesa, ogni sfruttamento, ogni oppressione del povero si trasforma in sacrilegio, in bestemmia, in peccato contro Dio. II «grido del povero, infatti, penetra le nubi, finche non ha raggiunto la meta, non si placa e l'Onnipo­tente interviene rendendo soddisfazione ai giusti» (Sir 35, 17-18). E soprattutto nei Salmi che è continuamente dipinto questo rapporto privilegiato tra il Signore e i «poveri in spirito». Basterebbe solo scorrere i verbi che vengono usati: Dio protegge, difende, salva, riscatta, non dimenti­ca, rende giustizia, esaudisce, accoglie, ascolta, guida i pove­ri. Suggestiva e la raffigurazione del Salmo 10: «Tu vedi il dolore e l'affanno, tu lo guardi per prenderlo nelle tue mani. A te si consegna il povero, dell'orfano tu sei l'aiuto» (v. 14).

L’attesa dei poveri e dei giusti é paziente ma incrollabi­le. I profeti hanno ripetutamente annunziato l'irruzione di Dio nella storia per chinarsi sul povero e sollevarlo e per piombare sull'empio e sul potente per scaraventarlo a ter­ra.

È  questa anche la convinzione della creatura più alta per povertà e santità, Maria, che nel suo inno, II Magnifi­cat, canta: «Il Signore ha deposto i superbi dai troni e ha esaltato gli umili» (Lc 1, 52). E’ questa anche la convinzio­ne ed è l'annunzio centrale di Colui che è al di sopra di ogni creatura e che si e presentato a noi con questa auto­definizione e con questo appello: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).

Il COMMENTO DI BOSE

(da Eucarestia e parola, Anno A, 329 - 331)

Nell'odierna festa la Chiesa celebra la mèsse, il raccolto glorioso dei sacrifici viventi graditi a Dio che uomini e donne, in liberta e per amore, hanno saputo divenire.

Dio vede” i suoi santi e li racco­glie accanto a sé, nel suo Regno, da tutti i popoli e da tutte le culture (I lettura).

Ma la santità e anche offerta di vita per l'oggi storico che chiede al credente

·                capacità di interiorità,

·                apertura alla conversione del cuore.

Questa via di santità é un cammino sulle tracce di Cristo guidato dalla speranza (II lettura) e che, seppure lastricato di soffe­renze e difficolta., può avvenire nella felicità ed essere motivo di feli­cità (vangelo). La pagina evangelica delle beatitudini può essere oc­casione di una meditazione sul senso cristiano della felicita.

Le beatitudini sono pronunciate a partire da un' esperienza, da un vissuto. La dichiarazione (“beati”) e la motivazione (“perché”), di­cono un lavoro interiore e spirituale di chi formula quelle espressio­ni che trovano il loro fondamento anzitutto nella sua stessa espe­rienza. Per Gesù povertà in spirito e mitezza, misericordia e perse­cuzione a causa della giustizia, sono state occasione di beatitudine, di felicità. Dunque, prima di essere un'esortazione, esse sono rivelazio­ne del vissuto di Gesù..

II rapporto tra santità e felicità (espresso dalla liturgia con l'utiliz­zo del brano delle beatitudini per la celebrazione di Tutti i Santi) si radica nel vissuto di Gesù.

Ora, la felicita di Gesù

·                é connessa al suo appartenere al Padre, alla coscienza della sua filialità. Gesù riconosce la sorgente della sua felicità nella relazione con il Padre che ha fe­condato la sua vita,

·                ma Gesù ha vissuto la felicita anche fecondando la vita di altri: guarendo, perdonando, predicando, ascoltando. Gesù stesso ha detto: <Vi è più gioia nel dare che nel ricevere, (At 20,35).

Se la filialità divina che Gesù vive gli fa conoscere la felicita come dono e come grazia, il suo donare fecondità alla vita di altre persone è feli­cità come virtù come atto con valenza etica, come pro-esistenza, come de­dizione. Ed è un dare felicità ad altri. Questa radice della santità, col­ta nella comune figliolanza divina, è espressa cosi da Eb 2,11: “Colui che santifica (Gesù.) e i santificati (i cristiani), provengono da uno (o "da una stessa origine": Dio),.

Con le beatitudini Gesù indica all'uomo la via per la felicità. In que­sto senso si può recuperare la traduzione (più seducente che convin­cente, dal punto di vista filologico) delle beatitudini attuata da Andre Chouraqui. Invece di “beato” egli traduce «en marche,, (in cammino, «Avanti!”). Viene cosi sottolineato iI fatto che, lungi dall'essere formule che beatificano lo status quo di afflizione, oppressione, povertà, le beatitudini sono dense di un dinamismo liberatore. «Beati voi>> perché afflizione e povertà, ingiustizia e persecuzione non hanno l'ultima parola, ma, con l'avvento del Regno di Dio in Gesù, il Messia, ormai esse hanno fine.

Del resto, colui che ha pronunciato le beatitudini, si è anche scagliato contro chi sfrutta e opprime il prossimo. Gesù non tollera gli attentati alla dignità della persona umana e restituisce le condizioni per una vita piena a chi ne ê privato.

L'esperienza di Gesù e le beatitudini sono segnate dal dono della vita come segreto della felicita dell'esistenza. Lungi dall’essere un evita­re la sofferenza, la felicità vissuta e insegnata da Gesù implica il dono della vita. Questa semplificazione della vita come dono è la felicita vis­suta e insegnata da Gesù. Ha scritto fr. Roger di Taizé: “Ciò che ren­de felice un'esistenza è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacita straordinarie o grandi possibilità: l'u­mile dono della propria persona rende felici”.

La fede nella paternità di Dio è alla radice della confidenza che conduce il credente a spogliarsi di pretese e a vivere in quella es­senzialità che consiste in purezza di cuore, povertà in spirito, mise­ricordia, capacità di sopportare persecuzioni e ostilità., realtà tutte che Gesù stesso ha vissuto e che fanno del credente un somiglian­te a Cristo. Un santo.

LETTURA SPIRITUALE

Beato il popolo il cui Dio è il Signore

Beati i poveri in spirito. (Mt 5,3). Riconosco qui il segno definitivo, ben noto e glorioso, che il Figlio dell'uomo aveva rivelato prima di nascere nella carne per farsi riconoscere; quel segno che egli ci in­segnò, una volta nato, ma ancora sconosciuto, a vedere applicato a lui. Dice: «Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha mandato ad an­nunciare il Vangelo ai poveri. (Lc 4,18; Is 61,1). Ecco che i poveri sono evangelizzati, ecco che il Vangelo del Regno é annunciato ai poveri : Beati i poveri in spirito, perché é loro il Regno dei cieli (Mt 5,3). Beato inizio, colmo di una grazia nuova, del Nuovo Testamento: impegna l'uomo, anche il più infedele e il più pigro ad ascoltare e, più ancora, a darsi da fare, perché la beatitudine è promessa ai mi­seri, il Regno dei cieli agli esiliati e ai bisognosi. [...] A ragione il Signore, proclamando la beatitudine dei poveri, non dice: “Sarà loro il Regno dei cieli”, ma: «é loro

È loro non soltanto in forza di un diritto fermamente stabilito, ma anche perché ne possiedono una caparra sicura e ne fanno un ottimo uso; non soltanto perché que­sto Regno è stato preparato per loro fin dalla fondazione del mon­do (cfr. Mt 25,34), ma perché hanno già cominciato a entrare, in cer­ta misura, in suo possesso, dal momento che portano già il tesoro ce­leste in vasi d'argilla (cfr. 2Cor 4,7), poiché hanno già Dio nel loro corpo e nel loro cuore (cfr. l Cor 6,20). .Beato il popolo il cui Dio è il Signore. (Sal 32 [ 33],12) . Come sono vicini al Regno quelli che già possiedono nel loro cuore questo Re di cui si è detto che servirlo è regnare. «Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, e magnifica la mia eredita. (Sal 15[16],6). Altri litighino per dividersi l'eredità di questo mondo; il Signore e la porzione della mia eredità e del mio calice (cfr. ibi, 5). Combattano tra di loro, facciano a gara nell'esse­re i più miserabili; io non invidio loro nulla di tutto ciò che cercano. Io e l'anima mia avremo la nostra gioia nel Signore (cfr. Sal 103 [104], 34). 0 gloriosa eredità dei poveri! 0 beata ricchezza di quel­li che non hanno nulla! Non soltanto tu ci doni tutto ciò di cui ab­biamo bisogno, ma ci colmi anche di ogni gioia, poiché tu sei la mi­sura sovrabbondante versata nel nostro seno.

GUERRIC D’IGNY - Omelia per la Festa di tutti i Santi 1.6, SC 202, pp. 498; 510-512

 

 




LEGGI COMMENTI / LASCIA UN TUO COMMENTO

Torna all'inizio pagina




CONTATORE

HOME | Chi siamo | Lectio Divina | Iniziative | Links | News/Varie