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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) E' diventato possibile pensare alla felicità   umana.


L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici?

Tu eri stato avvertito, "Gli dice, " avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.


Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto.


Perche'¨ dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I


XIII domenica del t.o. CORPUS DOMINI

23.06.2019

Gubbio Chiesa S. Maria dei Servi – Sabato 22 giugno 2019

Lectio Divina alle ore 15.30


Tutti mangiarono a sazietà.

Prima lettura

(Gen 14,18-20)

In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino; era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:

«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

creatore del cielo e della terra,

e benedetto sia il Dio altissimo,

che ti ha messo in mano i tuoi nemici».

E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

Seconda lettura

 (1Cor 11,23-26)

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Vangelo

(Lc 9,11-17)

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo; qui siamo in una zona deserta».

Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.

Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RONCHI - MARCOLINI

(da Le ragioni della speranza, anno C, 163-168)

Siamo a Vicenza sulla scia del Festival bi­blico, che ha fatto registrare una risposta crescente di pubblico, a conferma che nelle persone c'è una ricerca, un'attesa.

Il suo intento è portare la Bibbia tra la gen­te, nelle vie, nelle piazze, nei palazzi della città, e attivare i «sensi»  della Scrittura, non solo i significati, mettendola in relazione con tutti i nostri sensi. Non solo lectiones, quindi, ma an­che spettacoli, giochi per i bambini, contempla­zione delle opere d'arte. Tutti modi per far sì che le Scritture diventino davvero vita per tutti. Perché la gente capisce quanto è saporosa la Pa­rola quando entra a contatto con la totalità della nostra vita.

VANGELO  (Lc 9,1 1b-17)

 «Gesù prese a parlare di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure».

·                   C'è tutto l'uomo in queste parole; il suo nome: creatura-che-ha-bisogno. Di Dio e di cure, di pane e di assoluto.

·                   C'è tutta la missione di Gesù: accogliere, dare speranza, guarire. C'è il nome di Dio: colui che si prende cura.

La prima riga di questo Vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono io uno di que­gli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me e poi mi mandi avanti. Di un abbraccio e poi di una forza che sospinga oltre.

Ma il giorno declina, bisogna pensare alle cose pratiche; gli apostoli intervengono: « Mandali via perché possano andare a cercarsi da mangiare». Ma Gesù non li manda via, non ha mai mandato via nessuno. Il Signore non man­da via la folla perché lui per primo ha bisogno di comunione, con ogni dolore, con ogni pec­cato, con ogni sorriso. Vive di comunione, vive donandosi: Dio non può dare nulla di meno di se stesso. Ma dandoci se stesso ci dà tutto.

Gesù replica invece con un ordine che inverte la direzione del racconto: «Voi stessi date loro da mangiare». Date: è un ordine che attraversa i secoli, che arriva fino a me, che echeggerà nel giorno del giudizio: « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). Dio che lega la nostra salvezza a un po' di pane donato, lega la sconfitta della storia al pane negato.

 «Non abbiamo che cinque pani e due pe­sci»: è poco, quasi niente. Ma la sorpresa di quel­la sera è che poco pane condiviso è sufficiente, che la fine della fame non consiste nel mangiare a sazietà, da solo, vorace, il tuo pane, ma nel condividerlo, spartendo il poco che hai, due pesci, un bel bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sul­le ferite, un po' di tempo e un po' di cuore.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo do­nato. Sulle colonne dell'avere troveremo solo ciò che abbiamo perso per altri.

La festa del corpo di Cristo, offerto come pane, dice che il senso della vita è il dono di sé: unica strada per una felicità che sia dì tutti.

« Né a noi né a Dio è bastata la Parola. Troppa fame ha l'uomo e Dio ha dovuto dare la sua car­ne e il suo sangue » (Divo Barsotti). « Ecco il mio corpo», ha detto Gesù, e non, come ci sarem­mo aspettati: Ecco la mia anima, il mio pensiero, la mia divinità, ecco il meglio di me. Semplice­mente, poveramente, ecco il corpo. La cosa più vicina a noi. Casa della fatica, volto modellato dalle lacrime e levigato dai sorrisi, sacramento di incontri, luogo dove è detto il cuore.

Festa del corpo del Signore. Ci stupisce un po': festa del corpo. Noi non abbiamo una gran­de opinione del corpo... E invece Cristo ci dà il suo corpo, proprio per entrare in relazione con noi, perché senza corpo non c'è uomo. Vuole che la nostra fede si appoggi non su delle idee, ma su di una Persona, assorbendone storia, sen­timenti, piaghe, gioie, luce.

A ogni comunione mi affaccio sull'enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio incamminato verso di me, che mi desidera, che mi cerca, entra in me.  Noi diciamo: Vado a fare la comunione. Invece no, il corpo è offerto: è Cristo che vuole, che viene a fare la comunione con me, è lui che mi desidera, e mi aspetta ed è felice che io sia arrivato. La gran parte della strada la fa lui. Io posso solo accoglierlo, stupito. Si rovesciano le parti. È lui il protagonista della comunione, non io.

Non ho doni da offrirgli. Sono solo un uomo con una storia accidentata. Ma lo accolgo, e quando è in me cerco di spremere pensieri e pa­role da dedicargli. Ma quanto poco esce dalle pieghe dure dell'anima.

Allora finisco per dedicargli il silenzio, come se dicessi: Eccomi, non ho nulla che sia degno di un Dio. Tu dovresti lasciarmi, ti dovresti sceglie­re qualcun altro, qui troverai ben poco. Ma lui non mi ha mai lasciato, lui non se ne è mai an­dato.

Mai siamo stati abbandonati. E uscendo di chiesa porteremo agli altri questa certezza: Dio non abbandona nessuno. Il suo nome è colui che viene, sempre, a prendersi cura di me, a guarire il cuore.

Ama, saluta la gente

dona, perdona

ama ancora e saluta (nessuno saluta

del condominio, ma neppure per via).

Dai la mano aiuta

comprendi dimentica

e ricorda solo il bene.

E del bene degli altri godi e fai

godere.

Godi del nulla che hai

del poco che basta giorno dopo giorno: e pure quel poco

- se necessario - dividi.

E vai, vai leggero dietro il vento

e il sole e canta.

Vai di paese in paese e saluta

saluta tutti

il nero, l'olivastro e perfino il bianco.

Canta il sogno del mondo: che tutti i paesi

si contendano

d'averti generato.

(David Maria Turoldo)

 

IL COMMENTO DI RAVASI

 (da Secondo le scritture, anno C, II, 365 -367)

L'eucaristia appare oggi nei suoi segni e nella sua realtà. Ed è attraverso le tre letture liturgiche che possiamo comporre una sequenza che dai segni ci conduca alla realtà.

Il primo segno. Ini­ziamo, dunque, con un segno antico, quello presentato nel racconto della Genesi riguardante Melchisedek, re e sacer­dote di Salem, la futura Gerusalemme. Il simbolo del pane e del vino offerto dal re ad Abramo è, in realtà, espressione di ospitalità e di accoglienza, è garanzia di sicurezza e di per­messo transito. Ma appare un'allusione significativa: sono mani sacerdotali quelle che offrono pane e vino e il gesto è accompagnato da una benedizione. È per questa strada che il segno ha acquistato un valore nuovo nella rilettura cri­stiana.

Nel Canone eucaristico romano la Chiesa prega, infatti, così: «Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede e l'oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote, volgi sul­la nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno». Ormai il pane e il vino sono trasfigurati alla luce dell'Ultima Cena. È per questo che nei mosaici di S. Maria Maggiore a Roma (V. sec.) la scena di Melchisedek è staccata dalla serie logica dei racconti biblici ed è collocata vicino all'altare per sottolinea­re il legame con l'eucaristia. Il re misterioso Melchisedek il cui nome significa «re di giustizia», la cui città porta il nome di «città della pace», il cui Dio è l'Altissimo, la cui offerta è pane e vino, la cui parola è benedizione per tutti i popoli del­la terra, ha in Cristo il suo nuovo e perfetto ritratto.

Davanti a lui, allora, e al suo segno possiamo ripetere l' "inno di Melchisedek" composto da p. Turoldo: «Nessuno ha mai saputo di lui, donde venisse, chi fosse suo padre. Questo soltanto sappiamo: che era il sacerdote del Dio altis­simo. / Era la figura di un altro, l'atteso, il solo re che ci liberi e salvi: un re che preghi per l'uomo e lo ami, un re che vada a morire per gli altri; / uno che si offra nel pane e nel vino al Dio altissimo in segno di grazie: il pane e il vino di uomini li­beri, dietro Abramo da sempre in cammino».

Il secondo segno è, invece, offerto da Gesù stesso nel mi­racolo della moltiplicazione dei pani, narrato dal Vangelo di Luca. Che l'atto del Cristo non fosse solo un gesto di com­passione nei confronti della folla affamata, al tramonto di una giornata densa di eventi, appare nella stessa relazione dell'evangelista quando giunge al momento cruciale. Gesù è davanti a quei cinque pani e ai due pesci e, all'improvviso, la scena sembra trasfigurarsi. Quasi come in sovrimpressione o in dissolvenza, il volto di Cristo e i suoi gesti diventano quel­li dell'Ultima Cena: «levati gli occhi al cielo, benedisse i pa­ni, li spezzò e li diede.». Nei pani che liberano la folla dalla fame fisica si intravede ormai la promessa di un altro pane, quello eucaristico, che libererà l'uomo da ogni fame, portandolo alla comunione piena e perfetta con Dio. «Cantavano le donne lungo il mu­ro, quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento, palpitan­te... O Forma consacrata, vertice dei fiori... O Forma limi­tata per esprimere concreta moltitudine di luci... O fiamma crepitante sopra tutte le vene!». Così cantava il poeta spa­gnolo Federico García Lorca nella sua Ode al Santissimo Sa­cramento, prendendo lo spunto da una processione andalusa del Corpus Domini ed evocando la presenza «viva e palpi­tante» del Cristo nella «forma limitata», cioè nel segno del pane.

Il terzo segno. Sulla traiettoria di Melchisedek e dei pani del deserto siamo, così, giunti al centro di questa solennità, l'Ultima Cena pasquale, la realtà che dà sostanza ai segni. È Paolo che, scrivendo ai cristiani di Corinto, congiunge la loro ce­lebrazione eucaristica all'evento decisivo di quella sera al­lorché il Cristo sul pane azzimo e sulla coppa di vino del rituale giudaico della Pasqua pronunziò quelle parole sorprendenti: «Questo è il mio corpo... Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue». È, significativo il rimando che Gesù fa alla «nuova alleanza» annunziata da Geremia (31, 31-34).

Al Sinai il sangue versato sull'altare e sul popolo era il se­gno di un'alleanza tra Dio e Israele, un'alleanza siglata sulle tavole di pietra. Ma il profeta Geremia aveva proclamato una grande speranza, annunziando il giorno in cui l'alleanza tra Dio e l'uomo sarebbe stata piena e assoluta, siglata sulle tavole di carne del cuore: «Porrò la mia legge nel loro ani­mo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (31, 33). Ora Cristo con la sua carne e col suo sangue si unisce alla carne e al sangue degli uomini in un abbraccio perfetto d'amore e di comunione. «Ecco il pa­ne degli angeli — canta la liturgia — pane dei pellegrini, vero pane dei figli».

 




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