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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) E' diventato possibile pensare alla felicità   umana.


L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici?

Tu eri stato avvertito, "Gli dice, " avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.


Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto.


Perche'¨ dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I







XXV domenica del t.o.            22.09.2019

Gubbio Chiesa S. Maria dei Servi – Sabato 21 settembre 2019

Lectio Divina alle ore 15.30


Non potete servire Dio e la ricchezza

Prima lettura

(Am 8,4-7)

Il Signore mi disse:

«Ascoltate questo,

voi che calpestate il povero

e sterminate gli umili del paese,

voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio

e si potrà vendere il grano?

E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,

diminuendo l’efa e aumentando il siclo

e usando bilance false,

per comprare con denaro gli indigenti

e il povero per un paio di sandali?

Venderemo anche lo scarto del grano”».

Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:

«Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere».

Seconda lettura

(1Tm 2,1-8)

Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.

Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non  mento –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.

Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.

Vangelo

(Lc 16,1-13)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro.

Oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RONCHI MARCOLINI

(Da Le ragioni della speranza, anno C, 255-260.)

Le ragioni della speranza ci hanno condotto a Trento, davanti alla cattedrale, famosa per il concilio che vi si è svolto dal 1545 al 1563; dal punto di vista artistico, specialmente all'interno, è uno dei matrimoni meglio riusciti fra romanico e gotico, ci dice il parroco don Luigi.

Entriamo poi nel negozio del commercio equo/solidale; il direttore della Cooperativa Mandacarù che lo gestisce ci spiega il significa­to dell'iniziativa. Il commercio equo e solida­le, che è proposto in Italia ormai da trent'anni, nasce con l'idea di realizzare e costruire una relazione diretta tra i consumatori italiani e i produttori di Asia, Africa e America Latina, per dare loro la possibilità di vendere i loro prodot­ti a condizioni eque, nel rispetto dei lavoratori, nel rispetto dell'ambiente, garantendo con un gesto d'acquisto la possibilità di realizzare un mondo più retto e più solidale».

VANGELO

«Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza»: il padrone loda chi l'ha derubato. Questa con­clusione sorprendente è il nodo cruciale. Il re­sto è storia di tutti i giorni e di tutti i luoghi, di furbi è pieno il mondo. Viene però il momento del rendiconto ed è il punto di svolta del rac­conto.

E adesso che cosa farò? So io che cosa fare perché qualcuno mi accolga in casa sua! Quan­to devi al mio padrone? Cento. Prendi la ricevu­ta e scrivi cinquanta.

La truffa continua, anzi si allarga, eppure accade qualcosa che cambia il senso del dena­ro, ne rovescia il significato. L'amministratore trasforma la ricchezza in strumento di amicizia, regala pane, olio - vita - ai debitori. La ricchez­za di solito chiude le case, tira su muri, mette allarmi e porte blindate; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.

E il padrone lo loda. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro a servizio dell'amicizia. Forse il padrone pensa a chi rice­verà cinquanta inattesi barili d'olio, venti inspe­rate misure di grano. Forse sono gli occhi di Dio che guardano al pane che il debitore riceve, alla felicità che prova, alla casa che si apre.

E’ bello questo padrone per cui le persone contano più dell'olio e del grano.

Gesù commenta la parabola con una pa­rola bellissima: «Fatevi degli amici con la ric­chezza», la più umana delle soluzioni, la più consolante. Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c'è comanda­mento più gioioso e più umano, che contiene la saggezza del vivere: chi vince davvero nel gioco della vita? Contro le apparenze, vince chi ha più amici, non chi ha più soldi (Simone Mariotto). Notiamo le parole precise di Gesù: «Fatevi degli amici, perché essi vi accolgano nelle dimore eterne», nella casa del cielo. Essi, non Dio. E non solo qua, ma nella vita eter­na: sono loro ad avere le chiavi del paradiso.

Nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.

Per capire la parabola che sconcerta devo mettermi nel ruolo dell'amministratore disone­sto, non di chi giudica gli altri, ma di chi è giu­dicato. Allora capisco la fortuna di un Dio così.

Perché io, che ho sprecato tanti doni di Dio, sarò accolto nel Regno? Perché lo sguardo di Dio cerca in me non la zizzania, ma la spiga di buon grano, non il male che ho commesso, ma il bene che ho seminato nei solchi del mondo. Non guar­derà a me, ma attorno a me: ai miei poveri, ai miei debitori, ai miei amici, a chi ho beneficato.

Sei stato disonesto? Ora copri il male di bene. Hai causato lacrime? Ora rendi felice qualcuno. Hai rubato? Ora comincia a dare.

Inizia a piantare piccole oasi di bontà, e for­se un giorno queste oasi conquisteranno tutto il deserto del cuore. La migliore strategia che Dio propone: coprire il male di bene.

«Non potete servire Dio e la ricchezza». Colui che è servo del denaro ripete: io ho, io ac­cumulo, conto e riconto, accresco, moltiplico; questo sì che è vivere, cautelarsi, vincere.

Colui che serve Dio afferma: io cerco l'ami­cizia dei figli di Dio e di dare un po' di giustizia e di gioia a qualcuno, un boccone di pane e di vita; cerco onestà anche nelle piccole cose.

Dice Gesù: « Chi è fedele in cose di poco con­to... ». Questa fedeltà nelle piccole cose è possibi­le a tutti, è l'insurrezione degli onesti, ma a parti­re da me stesso: nel mio lavoro, nei miei acquisti, nella gestione dei beni della terra - l'acqua, l'e­nergia -, un modo solidale di abitare il mondo.

Torniamo alla domanda dell'amministratore: «Che cosa farò?». Senza volerlo fa qualcosa di profetico, fa ciò che Dio fa verso l'uomo: dona e perdona, rimette a noi i nostri debiti. E’ giusto questo Dio? No, è di più.

Che fare? E la risposta è sempre questa: fare ciò che Dio fa, cuore di tutta l'etica cristiana.

Mi piace questo Signore al quale la felicità dei figli importa più ancora della loro fedeltà, che accoglierà me, fedele solo nel poco e solo di tanto in tanto. Mi accoglierà proprio con le braccia degli amici, di coloro cui avrò dato un po’ di gioia, di giustizia.

Chi vince davvero qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell'eternità? Chi ha più amici, non chi ha più ricchezze.

Sederci ai tuoi piedi

quando tranquillo racconti,

con lieve sorriso,

di impossibili cose-

era un sogno segreto,

o Cristo, amico

mite e inquietante.

Trattienici ancora qui,

finché guarisca finalmente

ogni radice - in noi -

del profumato futuro,

verso cui - da dentro - ci sospingi...

(Davide Maria Montagna)

 

IL COMMENTO DI RAVASI

(da Secondo le scritture, anno C, II, 288 -290)

Ascoltando le parole dure e radicali sulla ricchezza che Gesù oggi ci rivolge, può venire alla mente quanto ha scritto tempo fa Mario Pomilio, quasi alle soglie della sua morte, avvenuta il 3 aprile 1990. Nei suoi Scritti cristiani osservava: «Ecco, se, prese alla lettera queste e altre parole evangeliche contengono qualcosa di disperante e sembrano suonare solo come un rimprovero per la maggioranza dei cristiani, c'è un ambito entro í1 quale, pur serbando la loro radicalità, esse scendono alle misure del quotidiano: è quando  le leggiamo come un richiamo alla continua mobilitazione della coscienza, un invito a vivere la nostra vita in tensione, in quella continua conversione che è il contrario dell'inerzia spirituale, dell'a­dagiarsi assuefatto al tran tran dell'esistenza».

Lasciamo tra parentesi la parabola dell'amministratore infedele — una vera e propria "razza" perversa che non è mai in via di estinzione nella storia dell'umanità — che abbiamo già avuto occasione di illustrare nel precedente com­mento e che Gesù propone ovviamente non per il contenuto del gesto ma per la sua modalità (la prontezza della decisione da imitarsi da parte dei «figli della luce»). Fissiamo, in­vece, la nostra attenzione sulla serie di detti di Gesù che Luca ha raccolto in finale. Essi diventano una piccola colla­na di ammonimenti sul rapporto del cristiano coi beni mate­riali. Le frasi non sono sempre di immediata comprensione ma il loro taglio è, come diceva Pomilio, netto, radicale, de­stinato a sfociare in «un invito a vivere la nostra vita in ten­sione».

Iniziamo con la prima, non facile esortazione sugli «ami­ci» ottenuti con la «disonesta ricchezza». Gli «amici» in questione per alcuni studiosi sono gli angeli e persino Dio, stando almeno a un certo linguaggio rabbinico. Tuttavia è più probabile che si tratti dei poveri: la frase si fa, allora, più trasparente e ci offre una lezione di vita riguardante proprio la ricchezza. Essa è spesso «disonesta», letteralmen­te si dice «frutto di ingiustizia», come ricorderà la lettera di Giacomo: è «il salario defraudato ai lavoratori», è occasione di «gozzoviglie, di sazietà di piaceri e di ingrasso» (5, 4-5). Ebbene, Gesù ci esorta a donarla ai poveri, «amici» di Dio, così che quando giungerà il momento della morte e tutti i beni ci verranno a mancare, saremo accolti nelle «dimore eterne», le «tende» (come dice l'originale greco) del paradi­so, ove saremo sempre nella gioia e nella pace con Dio e con gli ultimi della terra, divenuti i primi nel Regno di Dio.

Passiamo ora alla seconda frase sulla fedeltà nel molto e nel poco, nella «disonestà» e nella «vera» ricchezza, nei propri beni e negli altrui. La parola che risuona costantemente è appunto quella della «fedeltà». Gesù argomenta per paradosso e per contrasto. La totalità della donazione di sé è una qualità decisiva: lo è nel male e la parabola dell'am­ministratore infedele lo dimostra ma io deve essere anche e soprattutto nel bene. Purtroppo Cristo aveva con amarezza notato che «i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce». Per ottenere la «disonesta ricchezza» e per con­servarla si consacrano anima e corpo, vita e affetti; per i fal­si beni e gli idoli si è pronti a sacrificare tutto, mentre per il bene vero si è spesso flaccidi, deboli, inerti, lenti, adagiati nell'immediata comodità. La sferzata di Gesù, espressa in un linguaggio così forte, potrebbe essere commentata con le dure parole dell'Apocalisse: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitar­ti dalla mia bocca (3, 15-16).

Ed eccoci ora all'ultima, potente frase del brano evangeli­co odierno. Si fronteggiano i due «padroni», entrambi esi­genti, anche se i loro volti e la loro realtà sono antitetici. Da un lato si erge Mammona, un vocabolo aramaico che indica «proprietà, ricchezza, averi» e che qui viene personificato quasi si trattasse di un dio pagano. D'altro canto, ecco il Signore vivente: l'uomo è posto di fronte a questa scelta radi­cale che Gesù rende particolarmente urgente per il suo di­scepolo. Si noti anche l'accurata selezione dei verbi. C'è in­nanzitutto il «servire» che nel linguaggio della Bibbia indica anche l'atto di culto e di adorazione. L'attaccamento alle cose e al denaro è una vera e propria fede, una truce liturgia, un'idolatria. C'è poi la duplice coppia verbale antitetica dell'« amare-odiare » e dell'« affezionarsi-disprezzare »: non c'è via di mezzo, non c'è spazio per il compromesso, è im­possibile far coabitare nel cuore dell'uomo due amori.

Dio e l'egoismo avido sono, dunque, esclusivi e alternati­vi. L'illusione di seguire l'uno senza distaccarsi dall'altro è spazzata via dalle parole di Gesù così nette e decise. Esse cadono ancor oggi su tante nostre esitazioni, sulle nostre in­fedeltà, sugli accomodamenti e sui compromessi ricordan­doci l'esigenza assoluta e la purezza intatta della scelta evangelica.

 




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