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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana.

L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, Gli dice, avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.

Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto

Perche' dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

 

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I




Domenica di Pasqua      12.04.2020

Gubbio, sabato 11 aprile

la Lectio divina a Santa Maria dei Servi non si terrà


Egli doveva risorgere dai morti.

Prima lettura

 (At 10,34a.37-43)

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.

E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.

E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Seconda lettura

(Col 3,1-4)

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Vangelo

(Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RAVASI

(Da Secondo le scrittur1e II, anno A, 97 -102)

Indirizziamo il nostro augurio pasquale ai lettori proprio da Gerusalemme ove si celebra solennemente nella Basilica del S. Sepolcro, la santissima notte «in cui tu, o Cristo, ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria», come proclama la liturgia della Veglia Pasquale. Il celebre poeta tedesco Goethe aveva scritto: «Se tu vuoi conoscere Io spi­rito di un uomo, devi conoscere la sua terra». La Terrasan­ta è un po' come un altro Vangelo scritto sulle pietre e dipin­to nei paesaggi. È in questi segni materiali che si annidano tanti segreti dell'incarnazione del Figlio di Dio. Vogliamo, perciò, anche questa volta — come abbiamo fatto in altre occasioni — rileggere il Vangelo di Pasqua proprio attraver­so i segni geografici e storici della terra di Gesù, sostando naturalmente nella Basilica crociata del S. Sepolcro che mol­to più correttamente gli Ortodossi ed Arabi chiamano «Basi­lica della Risurrezione».

Come Simon Pietro e l'«altro discepolo» corriamo verso quel sepolcro vuoto al cui interno, in quella mattina prima­verile, erano visibili solo le bende e il sudario funebre. Il sepolcro di Cristo è ancor oggi al centro di un monumenta­le e complicato edificio sacro eretto dai Crociati in cinquan­t'anni di lavoro dal 1099 al 1149 sulla precedente e più sem­plice Basilica innalzata da Elena, la madre dell'imperatore Costantino, nel 325. Anche coloro che non hanno mai com­piuto un pellegrinaggio a Gerusalemme riconoscono, attra­verso le mille e mille riproduzioni, quel centro spaziale e spi­rituale della Basilica. Circondato da enormi candelabri, si leva un cenotafio di stile misto e indefinibile, costruito nel 1810. Un ingresso ci introduce nella cosiddetta «cappella dell'an­gelo» ove un frammento di pietra rimanda alla pietra «ribal­tata dal sepolcro» che aveva impressionato in quell'alba Maria di Magdala, secondo il racconto di Giovanni.

Su quella stessa pietra era stata proclamata la grande rive­lazione angelica destinata alle donne: «È risorto! Non è qui!». Una minuscola porticina, che costringe ogni visita­tore ad inchinarsi profondamente, conduce alla tomba di Cristo, che era appunto posta al di là della macina di chiu­sura, cioè la «pietra ribaltata». Possiamo entrare solo in tre o quattro per volta, mentre un monaco ortodosso all'inter­no offre ai pellegrini una piccola candela, segno della luce pasquale. Davanti a noi ora c'è una lastra di marmo che i fedeli baciano con devozione. Sotto di essa si stende il banco di pietra su cui era stato deposto il cadavere di Gesù. Sopra ora è preparato un altare ove si celebra l'eucaristia secondo orari ben definiti che devono rispettare il «condo­minio» che tre Chiese cristiane, purtroppo divise tra loro, hanno sulla Basilica del S. Sepolcro: la Chiesa greco-or­todossa, quella romano-cattolica, rappresentata qui dai Fran­cescani, e quella armena. Tre quadri che raffigurano in sti­li diversi il Cristo risorto evocano appunto su questo altare la comune fede pasquale ma anche il dramma della separa­zione tra le varie comunità cristiane.

Usciamo ora da quella piccola camera entro la quale si sono genuflessi milioni e milioni di credenti e rimandiamo ad un'altra occasione il resto della visita alla basilica. Nel­l'interno della cappella francescana, che si incontra nei pressi del tempietto del sepolcro di Cristo, celebriamo la liturgia pasquale e riascoltiamo il brano del Vangelo di Giovanni in un'atmosfera più serena e più spirituale. Nella cornice spaziale del S. Sepolcro quel racconto acquista un sapore nuovo ed immediato. Esso, però, racchiude in sé un'espe­rienza che può essere ripetuta in ogni luogo e in ogni tem­po. La potremmo riassumere attraverso la trama dei verbi usati dall'evangelista per indicare la vicenda vissuta in questo luogo da Maria di Magdala, da Simon Pietro e dall'«altro discepolo», il prediletto da Gesù, colui nel quale molti pen­sano si celi il volto dello stesso evangelista.

Il primo verbo è quello del movimento che risuona in forme diverse per tutta la narrazione: «si recò... corse... andò... uscì... si recarono... correvano... corse più veloce... giunse... giunse... lo seguiva... entrò... era giunto». Un con­tinuo movimento materiale percorre tutta la scena ma esso rappresenta un itinerario di ricerca dello spirito anche per­ché, come vedremo, la meta non sarà più la visita alla tom­ba di una persona amata ma l'incontro col mistero della Pasqua. È necessario uscire dalla notte e dalla città in cui si svolgono le nostre opere e i nostri giorni e diventare pellegrini della fede. Il pellegrinaggio materiale ha senso solo in quanto è un simbolo della ricerca, del distacco, del cammino interiore. «Usciamo anche noi dall'accam­pamento — ammonisce l'autore della lettera agli Ebrei (13, 13-14) — e andiamo verso il Cristo, portando l'obbro­brio della croce, perché non abbiamo quaggiù una città sta­bile, ma cerchiamo quella futura».

C'è poi un'altra serie di verbi di grande rilievo nel pen­siero del quarto evangelista. Essi indicano un'esperienza del­la coscienza dei protagonisti di quel mattino: «vide la pie­tra ribaltata... vide le bende per terra... vide il sudario pie­gato a parte... vide e credette... non avevano ancora com­preso». C'è un «vedere» fisico che ha come oggetto i segni storici concreti della risurrezione ma questa «visione» deve passare oltre ed aprirsi ad una «visione» superiore, quella del «credere». È possibile, infatti, vedere i segni e «non com­prendere». C'è un passo ulteriore, quello che il discepolo amato fa limpidamente: «vide e credette». I segni della mor­te si trasformano allora in una manifestazione di vita e di luce. E al sepolcro si passa dalla commemorazione di un defunto caro all'incontro col Vivente. Un verso pasquale di P. David M. Turoldo dichiara: «Con angoscia ti fuggo, o Luce, ma sulla stessa via sempre t'incontro». L'augurio che rivolgiamo qui da Gerusalemme, accanto alla tomba di Cristo è proprio questo: pur camminando oltre o persino fuggendo, cerchiamo di «vedere» i segni del Signore risor­to per «comprendere e credere»

IL COMMENTO DI BOSE

(Da Eucarestia e parola, anno A, 107-110)

   L'evento della resurrezione di Gesù è presente nelle tre letture nel­le forme della narrazione (vangelo), dell'annuncio (I lettura) e della parenesi (II lettura). La narrazione mostra il divenire della fede pasquale, il suo carattere dinamico che comporta l'ingresso nel mistero divino attraverso le evidenze di morte costituite dalle bende e dal sudario che avvolgevano la salma e dal sepolcro in cui essa era stata deposta (vangelo). L'annuncio svela il carattere dinamico della storia di salvezza che

nella resurrezione di Gesù trova un punto culminante, ma non conclusivo: essa non chiude la storia bensì la orienta in modo total­mente rinnovato. Ora, al'annuncio profetico segue l'annuncio e la testimonianza apostolica nei tempi della chiesa (I lettura). La parenesi mostra il carattere dinamico della vita del battezzato: con il battesimo il cristiano è innestato nella morte e resurrezione di Cristo, per cui l'autore della Lettera ai Colossesi può dire che egli è già risorto con Cristo (cfr. Col 3,1), ma questa affermazione non stabilisce il battez­zato in un punto di arrivo, bensì lo immette in una ricerca incessan­te, in un dinamismo spirituale continuo e interamente posto sotto il segno della grazia, del dono già ricevuto. La «ricerca delle cose di las­sù» da parte del cristiano indica che egli è chiamato a divenire ciò che ha già ottenuto per grazia: la fede nel Risorto consentirà al cri­stiano di vivere nell'oggi la resurrezione, di vivere nella storia da ri­sorto con Cristo (II lettura).

Il vangelo presenta, con i tre personaggi del racconto, un itine­rario di fede che è anche un itinerario del vedere: da un vedere che ha per oggetto la pietra ribaltata dal sepolcro e da cui nasce la sup­posizione che il corpo sia stato trafugato (vv. 1-2), al vedere che si incentra sulle bende (v. 5), poi sulle bende e sul sudario ripiegato (vv. 6-7), a un vedere che vede e basta, vede senza appuntarsi su un oggetto preciso (v. 8), che vede e sfocia sulla fede o almeno su un inizio di fede che dovrà essere completato dall'ascolto delle Scritture (v. 9). Un vedere che vede l'invisibile. La fede cristiana confessa e crede la resurrezione vedendo dei segni di morte. Ma non questi segni introducono alla fede nella resurrezione, bensì so­lo l'intelligenza dell'amore (il «discepolo amato») e la fede nelle Scritture. In effetti, nel discepolo amato che «vide e credette (o «iniziò a cre­dere») », vi è come la fede che nasce dall'amore, fides ex charitate. Ma in questa fede vi è anche un non ancora che chiede una pienezza e riguarda il comprendere la Scrittura (v. 9).

E la fede nella Parola del Signore e nel suo amore che consente di iniziare e continuare a credere la resurrezione in mezzo agli innumerevoli segni di mor­te che traversano la nostra vita e il nostro mondo. E forse, vivere la fede come fede di essere amati dal Signore, come fede nel suo amore per noi, è alla base della fede nella nostra resurrezione: il suo amore per noi non termina con la nostra morte. Questa fede, che interpreta il vuoto della tomba, può anche soccorrere la nostra vita nel momento del terrore del vuoto di amore e della paura dell'abbandono che ci fa abitare nella morte. Dietro al discepolo amato vi è infatti ogni discepolo di Gesù nella storia chiamato a entrare nella fede del Dio che lo ama.

L'atto di entrare nel sepolcro da parte di Pietro e poi del discepolo amato (vv. 6.8) ha una valenza simbolica. Noi entriamo, durante la no­stra vita, in numerosi luoghi di morte (lutti, separazioni, abbandoni, fine di relazioni e di amicizie, incomunicabilità) e lasciamo anche en­trare la morte in noi, divenendo noi un luogo di morte per gli altri (chiusura egoistica, arroganza, abuso, violenza, manipolazione, indif­ferenza). La fede nella resurrezione, che è al cuore della fede cristia­na, non coincide con una semplice fiducia nella vita, ma crede la vi­ta che nasce dalla morte grazie alla forza dell'amore di Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la mor­te e vivendo la resurrezione, ovvero amando o cercando di amare co­me Cristo ha amato e, soprattutto, credendo al suo amore per noi.

LETTURA SPIRITUALE

Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose

In questo giorno, per opera della resurrezione di Cristo gli inferi aperti restituiscono i morti, la terra rinnovata fa germogliare risorti, il cielo di­schiuso accoglie chi sale. Il ladrone sale in paradiso (cfr. Lc 23,43), i cor­pi dei santi entrano nella città santa (cfr. Mt 27,53), i morti ritornano tra i vivi (cfr. Mt 27,52) e in certo senso tutti gli elementi alla resurre­zione di Cristo progrediscono e si innalzano. Gli inferi rinviano in alto quanti racchiudono, la terra invia al cielo quelli che li ha sepolti, il cie­lo presenta al Signore quelli che accoglie e, con una sola operazione, la passione del Salvatore innalza dal profondo, solleva dalla terra e colloca nell'alto dei cieli. La resurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Il santo David invita dun­que ogni creatura a festeggiare la resurrezione di Cristo, poiché di­ce che bisogna esultare in questo giorno fatto dal Signore e ralle­grarsi (Sal 117[118],24). [...] Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose, contiene il cielo, abbraccia la terra e gli inferi. La luce di Cristo infatti non è fermata da pareti, non è divisa da elementi, non è oscurata dalle tenebre. La luce di Cristo, voglio dire, è giorno senza not­te, giorno senza fine, splende in ogni luogo, si irradia ovunque, non vie­ne meno in alcun luogo. Che questo giorno sia Cristo lo dice l'Apostolo: «La notte è avanzata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). La notte è avanza­ta, è detto e non si dice che segue il giorno; questo affinché tu capisca che al sopraggiungere della luce di Cristo le tenebre del Divisore sono messe in fuga e non giunge l'oscurità dei peccati e un perenne splen­dore scaccia le nebbie del passato, arresta il male che cerca di farsi spa­zio. La Scrittura attesta che questo giorno, cioè il Cristo, illumina cielo, terra e gli inferi. Che risplenda sopra la terra lo dice Giovanni: «Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gli 1,9). Che risplenda negli inferi, lo dice il profeta: «Una luce è sorta per quel­li che sedevano nell'ombra di morte» (is 9,2). Che questo giorno duri in eterno nei cieli, lo dice David: «Stabilirò per sempre la sua discen­denza e il suo trono come i giorni del cielo» (Sai 88[891,30).

MASSIMO DI TORINO, Discorsi 53,1-2, Scrittori dell'area santambrosiana, pp. 250-252

 




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