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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) E' diventato possibile pensare alla felicità   umana.


L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici?

Tu eri stato avvertito, "Gli dice, " avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.


Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto.


Perche'¨ dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I


II^Domenica di Pasqua                                                   28.04.2019

Gubbio Chiesa S. Maria dei Servi – Sabato 27 aprile 2019

Lectio Divina alle ore 15.30


Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!".

Prima lettura

(At 5,12-16)

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.

Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro.

Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

Seconda lettura

(Ap 1,9-11.12-13.17-19)

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù.

Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese».

Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

Vangelo

(Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse, per paura dei Giudei, le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, venne Gesù. Stette in mezzo a loro disse loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco : E i discepoli gioirono al vedere il Signore; e il Signore soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RONCHI - MARCOLINI

(da Le ragioni della speranza, anno C, pg. 112 - 119)

Siamo in provincia di Verona, davanti alla pieve romanica di San Giorgio di Valpoli­cella, fondata in epoca longobarda e ricostruita attorno all'XI secolo. Qui il Vangelo oggi ci racconta che Gesù presenta agli apostoli le fe­rite della croce, i segni nelle mani enel costato, la testimonianza del Crocifisso Risorto.

VANGELO

 Viene Gesù, a porte chiuse. C'è aria di pau­ra in quella casa, paura dei Giudei, ma anche e soprattutto paura di se stessi, di come lo avevano abbandonato, tradito, rinnegato così in fretta.

Eppure Gesù viene. L'abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare, il tradito si mette di nuovo nelle mani di chi lo ha tradito.

E sta in mezzo a loro. Ecco da dove nasce la fede cristiana, dal fatto che Gesù sta lì, dal suo esserci qui, vivo, adesso. Il ricordo, per quanto appassionato, non basta a rendere viva una per­sona, al massimo può far nascere una scuola di pensiero. La fede nasce da una presenza, non da una rievocazione.

Viene Gesù e si rivolge a Tommaso. Nel pic­colo gregge cerca proprio colui che dubita. Met­ti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca! Ecco Gesù: non si scandalizza di tutti i miei dubbi, non si impressiona per la mia fatica di crede­re, non pretende la mia fede piena, ma tende le mani a me. A Tommaso basta questo gesto. Chi si fa vicino, tende la mano, non ti giudica ma ti incoraggia, è Gesù. Non ti puoi sbagliare!

Tommaso si arrende. Si arrende all'amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù con l'alfabeto delle ferite, ferite incancellabili come l'amore che ha per noi. Ferite che Gesù non nasconde, anzi esibisce: il foro dei chiodi, tocca­lo; lo squarcio nel fianco, puoi entrarci con una mano. Piaghe che non ci saremmo aspettati, pen­savamo che la risurrezione avrebbe cancellato, rimarginato e chiuso le ferite del Venerdì Santo.

E invece no! Perché la Pasqua non è l'annul­lamento della croce, ma ne è la continuazione, il frutto maturo' conseguenza; le piaghe inci­dono per sempre il corpo di Cristo. Fino a oggi: sono l'alfabeto del suo amore.

Il Risorto è il Crocifisso. L'Occidente ha privi­legiato l'immagine del Crocifisso; l'Oriente inve­ce l'immagine del Risorto. Le due immagini sono i due polmoni, sono da tenere insieme Pasqua e croce. Croce gloriosa, Pasqua ferita.

Gesù risorto non porta altro che le ferite del Crocifisso, da cui non sgorga più sangue, ma luce, porta l'oro delle sue ferite. Penso alle ferite di tanta gente, per debolezza, per dolore, per di­sgrazia. Nelle ferite c'è l'oro. Le ferite sono sacre, c'è Dio nelle ferite, come una goccia d'oro. Tu puoi essere un guaritore ferito, che dalla tua feri­ta ricavi farmaci per altri.

Proprio quelli che parevano colpi duri o insen­sati della vita ci hanno resi capaci di compren­dere altri, di venire in aiuto ad altri. La nostra debolezza diventa una forza.

Alla fine Tommaso si arrende. E non è scritto che abbia toccato il corpo del Risorto. Si arrende non al toccare, ma a Cristo che si fa incontro; si arrende non ai suoi sensi, ma alla pace, la prima parola che da otto giorni ac­compagna il Risorto e, che ora dilaga: « Pace a voi! ». Non un augurio, non una semplice pro­messa, ma una affermazione: la pace è qui, è in voi, è iniziata.

Quella sua pace scende ancora sui cuori stanchi, e ogni cuore è stanco, scende sulla no­stra vicenda di dubbi e dì sconfitte, come una benedizione.

Tommaso passa dall'incredulità all'estasi: «Mio Signore e mio Dio! ». Voglio custodire questo aggettivo « mio», piccola parola che cambia tutto, che non evoca il Dio dei libri, il Dio dei teologi, ma il Dio intrecciato con la mia vita, annodato al mio respiro, lui parte di me e io parte di lui, mio piccolo roveto ardente, che brucia ìn me e io che brucio per lui.

«Mio Signore e mio Dio! ». Per due volte Tommaso ripete quel piccolo aggettivo « mio », che viene dal Cantico dei Cantici (6,3: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio»), che indica non possesso ma appartenenza: « mio » perché mi fa vivere, è la parte migliore di me. « Mio», come lo è il cuore. E senza non sarei. « Mio », come lo è il respiro. E senza non vivrei.

 Iddio come un Uccello

tiene suo nido fra queste

selve: noi siamo piantagioni

di carne, maturate nel solco delle case

ed Egli canta tra i nostri rami.

E noi pure cantiamo:

la vita è pianto che ora

trasuda dai nostri rami

gonfi d'allegri sogni

soavi di profondo amore.

Smateriate le cose sono

in gioiose doglie...

(David Maria Turoldo)

 

***

IL COMMENTO DI F. MASSIMO ROSSI

(domenicano torinese)

Un giorno mi capitò tra le mani un libro di spiritualità - ve lo consiglio vivamente! -, dal titolo: ?Le ferite che guariscono?; è un titolo a duplice significato, a seconda che il verbo si intenda nel modo intransitivo - le ferite, prima o poi, guariscono - oppure transitivo - le ferite guariscono altre ferite

Quanto a Gesù, le sue ferite non guariscono, non si rimarginano; addirittura, lo abbiamo appena sentito, costituiscono il suo documento di riconoscimento.

Invece, le ferite di Cristo guariscono le nostre! Lo dichiara il profeta Isaia, in uno dei carmi del servo sofferente (cap.53): Per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Il fatto che Cristo si faccia riconoscere mostrando proprio le sue ferite esprime, in modo plastico e immediatamente comprensibile, che il Figlio di Dio ha vinto la morte affrontandola.

La morte non può più nulla contro la persona di Cristo.

Ma la morte non si può evitare; neppure Lui, neppure Gesù ha potuto evitarla.

Il mistero della risurrezione riavvia una storia che si era bloccata due giorni prima sul fotogramma del Calvario. Cristo riprende per così dire il discorso da dove lo aveva interrotto al momento dell'arresto e nello stesso luogo, il cenacolo. Aveva promesso la pace ai suoi amici - vi lascio la pace, vi do la mia pace... - ; ora quella pace la dona sul serio. La pace è il primo frutto della risurrezione. Da quel momento il Signore saluterà sempre così: ?Pace a voi!?.

Allo stesso modo, ogni celebrazione eucaristica comincia e finisce con questo saluto pasquale.

È vero, il grande gesto del Signore fu quello di accettare la croce, salirci e morirci!

Ma senza questo ulteriore gesto del Padre - richiamarlo in vita - la vicenda terrena del Nazareno sarebbe finita in una tragedia annunciata inutile; san Paolo dichiara che se Cristo non fosse risuscitato, vana sarebbe la nostra fede e vana la sua predicazione.(1Cor 15,12-20).

Non si può credere in un Dio che muore e non risorge; significherebbe accettare la morte come la fine ineluttabile della vita, e non come il fine, il compimento, ciò che dà alla vita il suo senso compiuto.

L'evangelista Giovanni, ormai lo sappiamo, colloca la prima Pentecoste dello Spirito Santo sul Calvario; l'ultimo respiro di Gesù che muore è il primo respiro della Chiesa che nasce ai piedi della croce ed è rappresentata da Maria, la madre del Signore, e da Giovanni, il discepolo che Gesù amava.

Nel cenacolo, il Cristo alita nuovamente sui presenti - una nuova Pentecoste -, questa volta per inviarli ad annunciare la misericordia del Padre; e in questo gesto di alitare su di loro, unito alle parole pronunciate, il Risorto istituisce il sacramento della riconciliazione....E c'è ancora chi dice che la Confessione l'ha inventata la Chiesa, per curiosare nelle coscienze dei fedeli e manipolarle!

Questo sacramento costituisce il passaggio dalla storia personale di Gesù alle nostre storie personali. Grazie appunto alla riconciliazione sacramentale, i fedeli ricevono il perdono dei peccati, il frutto più prezioso della Passione e Risurrezione del Signore.

Ma bisogna credere!

È ciò che manca a Tommaso: la fede nella risurrezione del suo Signore.

Ma Cristo non vuole che si perda neanche uno di quelli che il Padre gli ha affidato (cfr. Gv 17,16); allora Gesù attende il momento propizio per rientrare in scena e, questa volta, con l'intenzione di confermare nella fede anche Tommaso.

Interessante l'insistenza dell'apostolo sui fori dei chiodi e sul costato aperto.

Il prodigio della risurrezione non annulla il dramma della croce... Quest'ultima è un fatto storico: la risurrezione è, invece, un evento metastorico: essendo un atto del Padre, il quale non s'incarna, ma rimane al di là della storia umana, (la risurrezione) va oltre la storia. Lo prova il fatto che nessuno è stato spettatore della risurrezione di Cristo... del resto, nessuno avrebbe potuto assistere ad un evento metastorico! Molto si è discusso, e ipotizzato sulle modalità della risurrezione... Abbiamo solo le tracce del corpo risorto, le tracce di una assenza: la pietra del sepolcro rovesciata, il lenzuolo piegato, il sudario deposto a parte sul letto di morte.

Ma soprattutto abbiamo i testimoni delle apparizioni.

I loro racconti sono necessari per fondare la fede nella risurrezione e smentire le furbesche insinuazioni che immediatamente le autorità religiose avanzarono in merito alla questione della tomba vuota...

Si diffuse infatti l'ipotesi che i seguaci (di Gesù) avessero trafugato il cadavere, oppure che quell'uomo non fosse realmente morto, e dunque, ferito, fosse nascosto in qualche casa di Gerusalemme, o addirittura in Galilea...

Ciò che avvenne dopo, a livello di indagini della polizia romana e gerusolimitana, non è stato inserito nei Vangeli, lo possiamo soltanto immaginare... E non fa parte degli articoli di fede!

Dunque non ci interessa. Lasciamo la questione alla fantasia dei cineasti... Oggi si fa spettacolo su tutto... Anche sulle cose serie...come la Risurrezione del Signore..

Invece noi la professiamo con forza e la celebriamo subito: Credo in un solo Dio...

 

 




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