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David Maria Turoldo



Canti ultimi


Presunzione mi preme a dire quale

creando, rinuncia si impone

alla tua onnipotenza e come,


di contro, nessuno puo' ritenerti colpevole

di questo imperioso intrico di mali.

Oh, quale per te tenerezza mi ispira


il carico di errate preghiere

onde si crede di renderti onore:

anche tu finito nella polvere


come tuo figlio stramazzato a terra:

quell'unico figlio, il prediletto figlio

sola risposta al tuo infinito silenzio.


David Maria Turoldo - Canti ultimi.

Garzanti, Milano, 1992.




La leggenda del grande inquisitore

Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell'inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana.

L'uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, Gli dice, avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti.

Tu ricusasti l'unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani.

Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto

Perche' dunque sei venuto a disturbarci?.

(frammento)

 

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F. M. Dostoevskij
I fratelli Karamazov
Garzanti, Milano, 1979, vol. I







III^ Domenica del t.o. anno A          26.01.2020

Gubbio, sabato 25 gennaio

Lectio divina a Santa Maria dei Servi ore 15,30


Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino.

Prima lettura

(Is 8,23-9,3)

In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.

Il popolo che camminava nelle tenebre

ha visto una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

Hai moltiplicato la gioia,

hai aumentato la letizia.

Gioiscono davanti a te

come si gioisce quando si miete

e come si esulta quando si divide la preda.

Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,

la sbarra sulle sue spalle,

e il bastone del suo aguzzino,

come nel giorno di Mádian.

Seconda lettura

(1Cor 1,10-13.17)

Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.

Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».

È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?

Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

Vangelo

(Mt 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta».

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.


***

T R A C C I A S E C O N D A P A R T E



IL COMMENTO DI RAVASI

(Da Secondo le scrittur1e,I,  anno A, 144 - 147)

In passato il Signore umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano e il territorio dei Gentili. Il popolo ché cammina­va nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9).

 «Gesù, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, nel ter­ritorio di Zabulon e Neftali perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zabulon e il paese di Neftali sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata...

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello che gettavano la rete in mare perché erano pescatori. Ed egli disse loro: Segui­temi, vi farò pescatori di uomini! Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Mt 4).

È evidente che oggi il testo di Isaia e quello di Matteo si incontrano in modo obbligato:

·               per il grande profeta di Israele all'orizzonte della Galilea, la regione settentrionale della Palestina, sorge la luce sfolgorante del re-Messia che squarcia le tenebre dell'infelicità e della miseria;

·               per Mat­teo, all'orizzonte della Galilea, la regione a presenza anche pagana, appare la figura del Cristo che è la splendida sor­presa dell'amore di Dio.

Il simbolo della luce, classico in tutte le religioni per parlare della divinità, segnala l'inizia­tiva di Dio che rompe il suo isolamento e si rivolge all'uo­mo, lo avvolge e lo coinvolge nella sua luce, nella sua vita.

C'è, quindi, una particolare sottolineatura riservata all'i­niziativa di Dio. In principio c'è la Parola che spezza il silen­zio, c'è Dio che si mette sulle strade dove ci sono le case degli uomini, come si dice in quell'intenso quadretto del­l'Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascol­ta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me» (3, 20). Prima ancora di invitarci ad interessarci di Dio la Bibbia ci ripete che è Dio che si inte­ressa per primo di noi. Karl Barth, il più grande teologo protestante del '900, ha mutato il celebre detto di Carte­sio Cogito, ergo sum («penso, quindi sono») nel più cristia­no Cogitor, ergo sum, «sono pensato (da Dio) e quindi esi­sto». Noi viviamo e moriamo ín lui, nel grembo del suo amore.

Questa affermazione fondamentale della fede biblica è «sceneggiata» anche nel racconto matteano della vocazione dei primi apostoli. Gesù, infatti, rovescia il modello della relazione maestro-discepolo tipico del mondo giudaico. In esso, infatti, era il discepolo a scegliersi il rabbi-maestro, dopo averlo ascoltato mentre parlava nella piazza di un vil­laggio, in un crocevia o in una sinagoga. Gesù, invece, inau­gura un metodo antitetico: egli passa lungo il litorale del lago di Tiberiade («mare di Galilea») e a quei due fratelli pescatori lancia quell'ordine: «Seguitemi!». Ed essi, di fronte all'irruzione improvvisa di Dio nella loro storia personale, lasciano cadere di mano le reti e si imbarcano in un'avven­tura molto più misteriosa di quella che vivevano su quel lago spesso infido ma anche ricco di pesce. L'ultima sera della sua vita terrena, nel Cenacolo, Gesù ricorderà suoi discepoli: «Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi».

In ogni vocazione umana c'è alla radice una grazia, un amore. Paolo nella lettera ai Romani cita un ardito testo di Isaia: «Sono stato trovato — dice il Signore — da quelli che non mi cercavano» (10, 20). L'uomo può essere distratto, può persino fuggire come Giona dall'altra parte del mondo dove si illude che Dio non ci sia, può magari piombare nel­l'abisso della disperazione e nella tenebra del peccato. Ma «le tenebre per te non sono oscure e la notte è chiara come il giorno» (Sal 139, 12) ed anche là tu ci raggiungi. La deci­sione importante è allora quella di lasciarsi conquistare, di non fuggire per tutta la vita, di non chiudere sempre gli occhi davanti a tutti i segni, spesso strani e inattesi, che Dio ci fa balenare dinnanzi. Come diceva S. Agosti­no — un uomo che tanto è fuggito da Dio ma che alla fine si è arreso e totalmente abbandonato a lui — dobbiamo aver paura di lasciar passare a vuoto Dio davanti alle porte del­la nostra casa e della nostra vita.

Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicanalisi, sulla porta della sua casa a Kiisnacht in Svizzera aveva fatto scol­pire questa frase latina: «Vocatus atque non vocatus Deus aderit», «chiamato o non chiamato, Dio sarà sempre pre­sente». Queste parole possono diventare anche per noi una sfida.

 

IL COMMENTO DI BOSE

(Da Eucarestia e parola, anno A, 165 -169)

L'esperienza della salvezza espressa come irruzione della luce in un contesto di tenebra: questo il messaggio che unisce il testo di Isaia e il vangelo. La zona del nord d'Israele, dove erano stanziate le tribù di Zabulon e di Neftali, in passato umiliate sotto la mano del sovrano assiro che le assoggettò, smembrò in tre distretti (cfr. Is 8,23b) e ne deportò la popolazione, conosceranno una liberazione (I lettura): la salvezza è qui una liberazione sul piano storico; Gesù che si stanzia in quella me­desima regione è la salvezza di Dio fatta persona: la salvezza si situa sul piano teologico (vangelo). Se la salvezza operata da Dio per le zo­ne settentrionali d'Israele appare come una rinascita a popolo di zo­ne ridotte precedentemente a non-popolo, la venuta di Gesù in Galilea provoca la rinascita di alcuni uomini galilei, dei pescatori, a pescatori di uomini, a discepoli di Gesù. La salvezza è qui colta nel­la sua dimensione esistenziale. La luce che Gesù è si irradia e suscita una chiamata alla sequela e un invio in missione: la salvezza è una nuova nascita, un venire alla luce.

L'arresto di Giovanni Battista segna la fine del suo ministero pubblico e l'inizio del ministero di Gesù. Il ritiro (cfr. Mt 4,12) è il luogo spirituale che consente a Gesù di assumere la fine di Giovanni e di decidere l'inizio del proprio ministero. Il ritiro appare luogo di ela­borazione della perdita, di confronto con la paura, di assunzione del­la solitudine, di lettura della realtà alla luce della Parola di Dio (cfr.: la citazione del passo di Isaia in Mt 4,15-16), di accoglienza di un'e­redità e infine di elaborazione della decisione nella piena assunzio­ne della propria responsabilità. Responsabilità nei confronti di Dio, di Giovanni, ma anche delle persone che, senza Giovanni, abitavano in

zone tenebrose, prive della luce che Giovanni irradiava. Persone che, per Matteo, non sono solamente dei figli d'Israele, ma anche dei pagani: la «Galilea delle genti» (Mt 4,15) comprendeva una popolazione mista di ebrei e pagani. La luce postpasquale della resurrezione si riflette sul Gesù che si stabilisce a Cafarnao, anticipando la manifestazione del Risorto in Galilea (cfr. Mt 28,16-20).

Gesù inizia il suo ministero situandosi in continuità con il suo pre­decessore. In effetti, le parole della sua predicazione sono le stesse di Giovanni: «Convertitevi, perché si è avvicinato il Regno dei cieli» (Mi 4,17; cfr. Mi 3,2). In Gesù però la pregnanza delle parole sulla vici­nanza del Regno è molto più forte: egli stesso, nella sua persona, nar­ra il regnare di Dio. Gesù appare come successore di Giovanni che ne accoglie l'eredità e la vivifica innovandola con la sua presenza mes­sianica. Sempre la trasmissione della fede e della vita spirituale è opera di testimonianza, di martyria: Giovanni è testimone di Dio nella sua vita e nella sua morte (a cui prelude il suo arresto: cfr. Mt 11,2-15; 14,3-12), così la sua vita diviene eloquenza, parola, messaggio di Dio stesso (cfr. Mi 21,25). E Gesù, sull'esempio di Giovanni e accogliendone il messaggio, consegna la propria vita al cammino che Dio gli dischiu­de indirizzandolo sulle orme di Giovanni.

La continuità con Giovanni diviene subito novità dell'agire di Gesù: egli chiama con estrema autorità alla sua personale sequela. E la chia­mata chiede all'uomo di realizzare il proprio nome (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) nella sequela di Cristo; di ordinare la propria umanità alla luce di Cristo, del suo cammino e della sua promessa («Vi farò pescatori di uomini»: Mt 4,19); di lasciare tutto (il lavoro, la famiglia: cfr. Mt 4,20.22) con atto di libertà e di impegnare anche il futuro in un «si» che viene detto in un momento preciso e di cui non si possono sapere le conseguenze («subito [.. .] lo seguirono»: ibidem). Il «subito» della sequela immediata e senza condizioni deve divenire durata, perseveranza, definitività, e questo è possibile solo se si rinnova nel prosieguo del cammino il ringraziamento per la voca­zione ascoltata e accolta un tempo, la fiducia nella misericordia del Signore, la docilità al suo Spirito, la preghiera umile al Signore. È possibile solo se si rinnova ogni giorno la scelta fatta un tempo, se si ri-sceglie ciò si è scelto un tempo.


LETTURA SPIRITUALE

Metto nelle vostre mani il Vangelo

Sapientemente il Signore diede inizio alla sua predicazione da quel messaggio che era solito predicare Giovanni: «Fate penitenza, perché il Regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2), non per abolire l'insegnamen­to di Giovanni, ma per darne ulteriore conferma. Se infatti avesse predicato così mentre Giovanni ancora predicava, forse avrebbe da­to l'impressione di disprezzarlo, ora invece, poiché ripete tali parole mentre Giovanni è in prigione, non dà segno di disprezzarlo, bensì di confermarlo. Confermò l'insegnamento di Giovanni per testimo­niare che gli era un uomo degno di fede. [...1

«Mentre camminava lungo il mare, Gesù vide due fratelli, Simone e Andrea» (Mt 4,18). Prima di dire o fare qualcosa, Cristo chiama gli apostoli affinché nulla resti nascosto delle sue parole e delle sue opere e così, in seguito, possano dire con fiducia: «Noi non possiamo ta­cere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Li vede non nel corpo, ma nello spirito, non guardando il loro aspetto esteriore, ma i loro cuori. E li sceglie non perché fossero apostoli, ma perché po­tevano diventare apostoli. Come l'artigiano, che ha visto delle pietre preziose, ma non tagliate, le sceglie non per quello che sono, ma per quello che possono diventare. [...]

E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mt 4,19), cioè vi renderò maestri affinché con la rete della Parola di Dio afferriate gli uomini da questo modo di vivere falso, in­costante, tempestoso, instabile, insidioso, sempre pericoloso e mai sicuro per nessuno nel quale gli uomini non camminano di loro vo­lontà, ma sono trascinati controvoglia, quasi a forza. La violenza dell'Avversario, facendo sorgere in loro molti cattivi desideri, dona loro l'illusione di fare la loro volontà. In realtà, li seduce e li spinge a operare il male affinché gli uomini si divorino a vicenda come i pe­sci più forti divorano sempre i più deboli. Con la rete afferrate gli uomini per trasportarli nella terra del corpo di Cristo, ricca di frutti; fatene delle membra del suo corpo, nella terra ricca di frutti, dolce, sempre tranquilla, dove se c'è tempesta non è per portare alla rovi­na, ma per mettere alla prova la fede e per far fruttare la pazienza. Affinché gli uomini camminino liberamente e non siano trascinati, affinché non si divorino a vicenda, ecco io metto tra le vostre mani un Vangelo nuovo.

ANONIMO, Commento incompleto a Matteo, om. 6,17; 7,18-19, PG 56, 673-675

 




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